Editoriale | 31 luglio 2026, 07:35

Davide Suvilla e Abderrahim Fakir, quando le parole cancellano le differenze

Il nome del 43enne piemontese deceduto il 27 aprile scorso durante un'operazione di polizia tra Chambave e Chatillon è comparso nell'elenco delle 'vittime di Stato' letto ieri al presidio aostano per il cittadino marocchino morto a Bologna

Davide Suvilla e Abderrahim Fakir, quando le parole cancellano le differenze

Alcune espressioni, se usate con leggerezza, finiscono per alterare la percezione della realtà più di quanto riescano a fare i fatti stessi. È, a mio parere, il caso dell'appellativo 'vittima dello Stato', che richiama immediatamente l'idea di un cittadino sopraffatto da un potere pubblico esercitato in modo arbitrario o illegittimo e che, proprio per la sua forza evocativa, dovrebbe essere impiegata con estrema prudenza, soprattutto quando le vicende richiamate sono profondamente diverse tra loro. Per questo mi ha lasciato molto perplesso la scelta, durante il presidio organizzato ieri da Bds VdA ad Aosta per ricordare Abderrahim Fakir chiedendo "giustizia e verità", di leggere anche il nome di Davide Suvilla, inserendolo in un elenco di persone presentate come vittime dichiarate delle Forze dell'ordine; un accostamento che, pur nel doveroso e massimo rispetto dovuto a una morte e al dolore dei familiari del defunto, rischia di confondere piani che dovrebbero invece restare ben distinti.

Il punto non è certamente stabilire se la morte di Davide Suvilla meriti rispetto; lo merita assolutamente, come qualsiasi vita umana spezzata indipendentemente dalle circostanze. Né si tratta di anticipare conclusioni che spettano esclusivamente alla magistratura, che sta conducendo un'inchiesta nella quale cinque poliziotti della Squadra Mobile risultano indagati per omicidio colposo, iscrizione necessaria per consentire tutti gli accertamenti tecnici, dall'autopsia ai rilievi sulle vetture impiegate nell'inseguimento. È giusto che ogni dubbio venga chiarito e che, qualora emergessero responsabilità, queste vengano accertate fino in fondo, ma proprio perché esiste un'indagine con perizie già depositate e proprio perché l'ipotesi di reato non ha nulla a che vedere con ipotesi di omicidio volontario, andrebbero evitate definizioni a inutile e fuorviante effetto, che sembrano avere già emesso un verdetto diverso da quello che la Giustizia è chiamata a pronunciare.

Le ricostruzioni investigative fin qui emerse descrivono un contesto preciso; Davide Suvilla non perse la vita mentre veniva sottoposto a un normale controllo di polizia né durante l'identificazione e il fermo di una persona in stato di disagio psichico. Si trovava su un camion appena rubato da una cava di Verrayes, aveva forzato un primo sbarramento e stava tentando di sottrarsi all'arresto dopo un inseguimento tra la Statale 26 e l'autostrada A5. La perizia medico-legale attribuisce il decesso al violento impatto accidentale contro la portiera di un'auto della polizia, aperta da un agente nel tentativo di bloccarlo mentre il quarantatrenne si lasciava cadere sull'asfalto dal camion ancora in movimento per proseguire la fuga a piedi. Il parziale e sempre accidentale investimento da parte di una seconda vettura della polizia avrebbe causato lesioni toraciche riconducibili, per il medico legale, a un urto post mortem o molto vicino al momento della morte.

Sono fatti che non cancellano il valore della vita perduta, ma che definiscono il contesto nel quale quella morte è maturata, ed è proprio il contesto che rende profondamente improprio accostare questa vicenda a casi nei quali il rapporto tra cittadino e Forze dell'ordine nasce in circostanze completamente differenti.

Esiste una differenza sostanziale, che non dovrebbe mai essere smarrita nel dibattito pubblico, tra chi perde la vita nel corso di un controllo, magari mentre versa in uno stato di alterazione psicofisica e chi muore durante un'azione di polizia conseguente alla commissione di un reato e finalizzata ad arrestarne gli autori. Sono situazioni entrambe drammatiche ma ben diverse sul piano giuridico, investigativo e fattuale e trasformarle in un'unica categoria significa rinunciare a comprendere la complessità della realtà in favore di una narrazione che finisce inevitabilmente per appiattire tutto.

Del resto, se si accettasse questo principio senza alcuna distinzione, si arriverebbe a una conseguenza tanto estrema quanto paradossale, ovvero ogni criminale morto durante un conflitto a fuoco, ogni mafioso rimasto ucciso nel corso di un blitz, ogni terrorista deceduto durante un blitz delle Forze dell'ordine potrebbe essere definito, semplicemente perché morto durante un intervento dello Stato, una "vittima dello Stato". È evidente che una simile impostazione non solo svuoterebbe di significato quell'espressione, ma finirebbe per cancellare ogni differenza tra chi subisce un abuso e chi, invece, si trova coinvolto in un'azione repressiva dello Stato dopo avere commesso un reato grave.

Lo Stato deve certamente rispondere quando sbaglia, e proprio per questo in Italia esistono procure indipendenti, giudici, perizie e processi; nessuno, tantomeno le Forze dell'ordine, è sottratto al controllo della legge, ma pretendere che eventuali responsabilità vengano accertate non significa rinunciare al dovere della precisione e dell'onestà intellettuale, perché le parole, soprattutto quando vengono pronunciate in una piazza e assumono un inevitabile valore simbolico, hanno il potere di orientare il giudizio dell'opinione pubblica.

Ed è proprio per questo che il rispetto dovuto alla memoria di Davide Suvilla non passa attraverso etichette suggestive o semplificazioni ideologiche, bensì attraverso il rigoroso accertamento dei fatti e il rispetto del lavoro della magistratura. Tutto il resto rischia di trasformare vicende profondamente diverse in un'unica narrazione, nella quale le differenze scompaiono e, con esse, anche la ricerca della verità.

patrizio gabetti