Abbiamo sempre più timore del contatto umano; viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, immagini e racconti di cronaca che finiscono inevitabilmente per amplificare la percezione del rischio e per alimentare un senso di insicurezza spesso superiore alla realtà dei fatti. Ogni episodio viene rilanciato all'istante, commentato, condiviso, analizzato e, talvolta, esasperato, fino a trasformarsi in una sorta di rappresentazione permanente della paura. Il risultato è che la nostra attenzione si concentra quasi esclusivamente sul singolo fatto di cronaca, mentre altre questioni, forse meno emotivamente coinvolgenti ma non per questo meno importanti, finiscono sullo sfondo.
Così ci ritroviamo a vivere in uno stato di allerta costante, quasi convinti che il mondo sia improvvisamente diventato più pericoloso di quanto non fosse in passato. Eppure i rapimenti, gli abusi, le violenze di ogni tipo contro le persone non sono una tragica invenzione dei nostri giorni, sono sempre esistiti. Ciò che è profondamente cambiato è il modo in cui veniamo raggiunti dalle notizie, se un tempo molti fatti rimanevano confinati nelle pagine della cronaca locale o arrivavano al grande pubblico con tempi e modalità molto diversi, oggi ogni episodio entra immediatamente nelle nostre case attraverso televisioni, siti d'informazione e social network, contribuendo a costruire una percezione della realtà fortemente influenzata dall'emotività del momento.
Si parla continuamente di intelligenza artificiale, ma forse dovremmo interrogarci sul rischio di una progressiva rinuncia al pensiero critico, sul rischio di quella che potremmo definire 'intelligenza manipolata'. Sempre più spesso ci fermiamo alla reazione immediata, al giudizio istintivo, all'indignazione che accompagna il fatto di cronaca del giorno, senza concederci il tempo necessario per distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è soltanto ipotizzato. Così finiamo per concentrare tutta la nostra attenzione sulla presunta pericolosità del singolo individuo, mentre il vero problema diventa la rapidità con cui una comunità arriva a trasformare un sospetto in una certezza e una persona in un colpevole.
È una dinamica che riguarda il nostro modo di informarci e di reagire; la polarizzazione del dibattito pubblico, la ricerca continua di un colpevole e la tendenza a schierarsi immediatamente rendono sempre più difficile mantenere quello spirito critico che dovrebbe accompagnare ogni cittadino e, a maggior ragione, ogni lettore. Finché continueremo a lasciarci guidare più dall'emozione che dai fatti, correremo il rischio di diventare spettatori di una realtà filtrata dalla paura, rinunciando proprio a quella capacità di ragionare con la nostra mente, che rappresenta il fondamento di una società davvero libera.
Ci sono situazioni che inevitabilmente scuotono una comunità e che mettono in allarme chiunque abbia dei figli e chiunque abbia a cuore la sicurezza dei più indifesi. Quanto accaduto giovedì sera durante la Festa dei Santi Giorgio e Giacomo ad Aosta - dove un 60enne originario dell'Est europeo in evidente stato di ubriachezza ha avvicinato un bambino offrendogli dolci e giri sulle giostre, arrivando persino a dirgli che in realtà quella donna che si era precipitata per allontanare da lui il piccolo (un bimbo di 6 anni) non era sua madre - rientra certamente fra questi casi. Èd è del tutto naturale che una madre si sia spaventata ed è massimamente apprezzabile che abbia reagito allertando subito il 112, così come è assolutamente comprensibile che gli organizzatori della manifestazione abbiano ritenuto opportuno tenere quell'uomo sotto osservazione. La tutela dei minori viene prima di ogni altra considerazione e, di fronte a comportamenti che possono apparire anomali o inopportuni, prudenza e prevenzione non sono mai eccessive, anzi sono d'obbligo.
Proprio perché stiamo parlando di bambini, tuttavia, ritengo sia necessario riflettere su quanto è accaduto dopo, ovvero quando il legittimo allarme iniziale ha lasciato il posto a un processo sommario celebrato sulle pagine dei social network, dove in poche ore quell'uomo è stato additato, agli occhi di molti, come un chiaro predatore, senza però che vi fosse alcun accertamento giudiziario in tal senso anzi senza che le stesse Forze di polizia intervenute abbiano ravvisato gli estremi di reati come il tentato rapimento o l'adescamento di minori, limitandosi a comminare un Daspo urbano della durata di 48 ore per ubriachezza molesta.
Su questo punto, o meglio sulla narrazione della vicenda che da parte nostra è seguita, credo sia opportuno ricordare quale sia il ruolo di un giornale. La madre coinvolta nella vicenda è libera e direi persino inevitabilmente da sé spinta, a raccontare ciò che ha provato e ciò che ha ritenuto stesse accadendo in quei momenti concitati. Se ha avuto la sensazione che quell'uomo volesse portarle via il figlio, nessuno può mettere in discussione il suo vissuto, perché le emozioni non si discutono e le azioni così come i timori di un genitore meritano il massimo rispetto. Un giornalista, però, ha un dovere diverso, ovvero distinguere ciò che appartiene alla percezione personale da ciò che risulta accertato. È per questa ragione che il nostro titolo nell'articolo di ieri riportava il timore espresso dalla madre e non lo trasformava in un fatto già dimostrato, perché fare giornalismo significa raccontare la realtà documentabile, non alimentare convinzioni che, per quanto comprensibili, non trovano riscontro negli atti delle autorità competenti.
La Questura è intervenuta tempestivamente, ha identificato l'uomo, lo ha sottoposto ai controlli del caso e ha disposto nei suoi confronti un Daspo urbano per ubriachezza molesta, misura che prevede l'immediato allontanamento dal luogo e il divieto di farvi ritorno per quarantotto ore, accompagnata dalla prevista sanzione amministrativa. Se gli agenti avessero ritenuto di trovarsi di fronte a un tentativo di sottrazione di minore o ad altre ipotesi di reato ben più gravi, avrebbero certamente adottato provvedimenti diversi. Questo non equivale a dire che il comportamento di quell'uomo fosse innocuo o appropriato, né significa invitare ad abbassare la guardia quando si tratta della sicurezza dei bambini; significa semplicemente prendere atto di ciò che è stato accertato fino a questo momento, senza aggiungere elementi che non esistono.
È proprio questa distinzione che sembra essersi progressivamente dissolta nel dibattito pubblico, soprattutto sui social network, dove il bisogno di individuare immediatamente un colpevole prevale ormai quasi sempre sulla pazienza di attendere l'esito degli accertamenti. In poche ore sono comparsi commenti violentissimi, insulti, inviti alla vendetta e perfino fotografie del volto dell'uomo, diffuse come se ci si trovasse davanti a un criminale già riconosciuto tale da un tribunale, quando invece nessuna autorità ha formulato accuse di quella natura. È una deriva che dovrebbe inquietare tutti, perché oggi riguarda uno sconosciuto fermato durante una festa di paese, ma domani potrebbe coinvolgere chiunque si trovi al centro di un episodio ambiguo o semplicemente frainteso.
Naturalmente nessuno può sapere quali fossero le reali intenzioni di quell'uomo, ed è proprio questa incertezza che dovrebbe suggerire prudenza nei giudizi. Era un sessantenne straniero ma che vive da tempo in media Valle, in evidente stato di alterazione alcolica, e questo è quanto sappiamo con certezza. Tutto il resto appartiene al campo delle ipotesi. È possibile che avesse intenzioni pericolose? Sì, è possibile ed è per questo che è stato giusto intervenire immediatamente. Ma è altrettanto possibile che non vi fosse alcun disegno criminoso e che quei gesti, pur del tutto inopportuni e tali da giustificare l'allontanamento, fossero il frutto della confusione provocata dall'alcol o persino della nostalgia per figli o nipoti rimasti nel Paese d'origine. Nessuno di noi è in grado di affermarlo con certezza e, proprio per questo, nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a trasformare una supposizione in una condanna morale definitiva.
Viviamo in un'epoca nella quale la cronaca entra continuamente nelle nostre case attraverso televisioni, siti d'informazione e social network, alimentando una percezione del rischio spesso molto più elevata rispetto alla realtà. Ogni episodio viene rilanciato decine di volte, commentato, amplificato e reinterpretato, fino a generare l'impressione che il pericolo sia ovunque e che dietro ogni comportamento insolito si nasconda necessariamente un intento criminale. Questo non significa che i pericoli non esistano o che si debba essere ingenui; significa piuttosto che la paura, se non è accompagnata dalla capacità di ragionare sui fatti, rischia di trasformarsi nella peggiore consigliera e di spingerci a pronunciare sentenze che non competono ai cittadini né tantomeno ai social network.
La vicenda della Festa dei Calabresi dimostra, ancora una volta, quanto sia sottile il confine tra la doverosa attenzione e la caccia all'uomo. La prima è il fondamento di una società civile e responsabile; la seconda rappresenta invece una pericolosa regressione culturale, nella quale basta un sospetto per marchiare una persona agli occhi dell'opinione pubblica, indipendentemente da ciò che emergerà dalle verifiche delle autorità.
Proteggere i bambini resta un dovere assoluto, così come è doveroso segnalare alle Forze dell'ordine ogni comportamento che possa apparire sospetto. Ma è altrettanto doveroso ricordare che la giustizia continua a fondarsi sui fatti e non sulle emozioni, sugli accertamenti e non sulle condivisioni, sulle prove e non sui commenti. Se rinunciamo a questo principio, finiremo inevitabilmente per sostituire lo Stato di diritto con il tribunale permanente dei social, un luogo nel quale il sospetto vale quanto una sentenza e dove la reputazione di una persona può essere distrutta in poche ore, anche quando le istituzioni, che hanno il compito di accertare la verità, hanno raccontato una storia diversa.


patrizio gabetti



