Nel giorno in cui l'Italia celebra la Festa della Repubblica, ricordando la scelta compiuta dagli italiani il 2 giugno 1946 e il percorso democratico che da allora ha consentito al Paese di attraversare crisi, trasformazioni e persino momenti drammatici senza mai smarrire il riferimento alle proprie istituzioni fondamentali, vale la pena riflettere anche su ciò che sta accadendo in Valle d'Aosta, dove la crisi politica non appare più soltanto come una vicenda di maggioranze instabili, di alleanze mutevoli o di rapporti personali deteriorati, ma come il sintomo di una difficoltà più profonda nel rapporto tra chi governa e le istituzioni che è chiamato a rappresentare.
Le istituzioni democratiche possiedono una forza che deriva proprio dalla loro capacità di sopravvivere agli uomini e alle donne che temporaneamente le guidano. La Repubblica italiana non coincide con il governo in carica, così come l'autonomia valdostana non coincide con la maggioranza del momento, eppure vi è una tentazione ricorrente nella politica contemporanea, quella di presentare ogni critica rivolta a chi governa come un attacco all'istituzione stessa, trasformando il dissenso in una forma di lesa maestà e sostituendo il confronto con la semplificazione propagandistica.
Da questo punto di vista, viene alla mente una delle affermazioni più 'estreme' del parlamentare europeo Roberto Vannacci: "Se importi il Terzo Mondo, lo diventi". Una frase rispolverata in occasione dei disordini a Parigi dopo la vittoria del PSG in Champions e che, se fosse presa sul serio come sintesi di analisi politica, rivelerebbe una conoscenza della storia coloniale europea prossima all'analfabetismo. Basta ricordare che Paesi come la Francia non hanno affatto "importato" il Terzo Mondo, ma hanno esercitato per secoli il proprio dominio politico, economico e militare su vastissime aree dell'Africa e dell'Asia, costruendo rapporti che hanno inevitabilmente prodotto migrazioni, intrecci culturali e conseguenze che arrivano fino ai giorni nostri. Ci abbiamo provato anche noi, ahimé, con risultati drammaticamente fallimentari. Proprio per questo è difficile credere che un personaggio pubblico minimamente informato ignori una realtà tanto elementare; è molto più plausibile che la conosca perfettamente e scelga deliberatamente di ometterla perché la semplificazione serve meglio della complessità agli obiettivi della comunicazione politica.
Anche la Valle d'Aosta conosce formule retoriche che funzionano nello stesso modo. Quando qualcuno sostiene che ogni rilievo proveniente da Roma, ogni osservazione critica della stampa nazionale od ogni contestazione relativa alla gestione di determinate vicende rappresenti automaticamente un attacco all'Autonomia, non ci si trova quasi mai di fronte a un errore di valutazione; chi formula simili argomentazioni sa perfettamente che esistono differenze sostanziali tra un'aggressione politica all'Autonomia e una critica legittima all'operato di una classe dirigente; sa che le istituzioni possono essere difese proprio attraverso il controllo democratico e la trasparenza; sa che il prestigio di uno Statuto speciale non dipende dall'assenza di critiche ma dalla capacità di rispondere ad esse con serietà. Eppure quella distinzione viene spesso cancellata perché è più conveniente presentare ogni contestazione come un'offesa all'intera comunità valdostana.
Questa strategia, apparentemente efficace nel breve periodo, rischia di produrre conseguenze molto pesanti nel lungo termine, perché confonde deliberatamente i governanti con ciò che essi governano e finisce per trascinare l'immagine delle istituzioni nelle vicende dei loro amministratori.
Una dinamica che, su scala incomparabilmente più drammatica, può essere osservata anche in ciò che sta accadendo in Medio Oriente e aiutarci così a riflettere sulle conseguenze di un determinato agire. Le immagini orribili provenienti da Gaza e, più recentemente, dagli attacchi e dalle operazioni militari che coinvolgono il Libano hanno provocato in Europa una reazione emotiva e politica molto forte. Alcuni leggono questa reazione come una crescita dell'antisemitismo, ma una simile interpretazione rischia di essere superficiale. La percezione dell'Olocausto, delle innocenti vittime e delle responsabilità storiche che lo resero possibile non sembra affatto essersi attenuata, l'orrore per Auschwitz continua a rappresentare uno dei pochi punti di consenso morale quasi universale nelle democrazie occidentali. Quello che invece appare in trasformazione è il modo in cui una parte dell'opinione pubblica guarda oggi allo Stato di Israele e a chi ne esercita il governo, ovvero agli eredi culturali e politici delle vittime della Shoah.
Si tratta di un fenomeno estremamente delicato e potenzialmente pericoloso, perché il rischio che il giudizio sulle scelte di un governo si trasformi, nel tempo, in un pregiudizio più generale verso un intero popolo o una comunità è reale. Tuttavia, proprio per questo, la responsabilità politica di chi governa diventa enorme; quando un esecutivo agisce come se le proprie decisioni non avessero conseguenze sull'immagine complessiva della collettività che rappresenta, finisce inevitabilmente per esporre quella collettività a valutazioni che spesso vanno ben oltre le sue effettive responsabilità.
Anche la politica valdostana dovrebbe interrogarsi su questo rischio. Quando una classe dirigente arriva a identificare sé stessa con l'autonomia, con le istituzioni regionali e persino con l'identità della comunità valdostana, può certamente ottenere un vantaggio immediato sul piano del consenso, perché trasforma il confronto politico in una scelta tra fedeltà e tradimento. Tuttavia, nel momento in cui quella stessa classe dirigente perde autorevolezza, appare incapace di affrontare i problemi o viene percepita come troppo concentrata sulla propria sopravvivenza politica, il danno non resta confinato ai singoli protagonisti della vicenda e il rischio è che agli occhi di chi osserva dall'esterno venga messa in discussione non soltanto l'azione di governo, ma il valore stesso dell'Autonomia speciale, delle sue prerogative e delle ragioni storiche che ne giustificano l'esistenza.
È esattamente questo il punto che una comunità matura dovrebbe evitare di dimenticare, soprattutto nel giorno in cui celebra la Repubblica e il significato delle sue istituzioni democratiche. Le istituzioni non appartengono a chi le amministra temporaneamente; appartengono ai cittadini che le hanno costruite e continueranno a esistere anche quando gli attuali protagonisti della politica avranno lasciato la scena. Confondere le proprie fortune personali con quelle delle istituzioni significa esporre queste ultime a un logoramento che non meritano e che spesso richiede anni per essere recuperato. Per questo la vera questione che emerge dalla crisi valdostana non riguarda soltanto la composizione di una maggioranza, la distribuzione degli assessorati o la durata di una legislatura; la questione più importante riguarda il rapporto tra verità e propaganda, tra interesse pubblico e interesse di parte, tra il dovere di preservare il prestigio delle istituzioni e la tentazione di utilizzarle come scudo per difendere posizioni politiche sempre più fragili.
Il 2 Giugno ci ricorda che le democrazie diventano forti quando le istituzioni vengono considerate più importanti di chi le governa; ogni volta che accade il contrario, ogni volta che il destino di una comunità viene fatto coincidere con quello di una classe dirigente, non è soltanto la politica a indebolirsi, è la fiducia collettiva che comincia lentamente a consumarsi. E quando la fiducia si consuma, ricostruirla richiede sempre molto più tempo di quanto sia servito per perderla.


patrizio gabetti


