C’è un momento, nella vita democratica di un’istituzione, in cui il problema non è questo o quel contenuto di un documento, ma il fatto stesso che quel documento venga nascosto. È il punto esatto in cui la trasparenza cede il passo alla gestione del potere, e la politica smette di servire i cittadini per iniziare a proteggere sé stessa.
Il caso esploso attorno al 'visto' (o come lo si voglia chiamare) redatto da un competente Segretario generale sull’ineleggibilità di Renzo Testolin e Luigi Bertschy a Presidente della Giunta e assessore della stessa rappresenta esattamente questo spartiacque. Anche il Presidente del Consiglio Valle in carica quei giorni era a conoscenza dell’esistenza del documento, scegliendo tuttavia di non renderlo pubblico. Una decisione a mio avviso gravissima sotto il profilo istituzionale e politico, perché trasforma un dubbio giuridico in un sospetto politico di occultamento.
Quando un’Istituzione tace deliberatamente su una questione che riguarda la legittimità democratica degli eletti, il danno non riguarda soltanto i protagonisti coinvolti, riguarda l’intera credibilità del sistema.
La Valle d’Aosta si ritrova così immersa in una vicenda che, fatte la dovute proporzioni, richiama uno dei momenti più oscuri della storia italiana: il caso Matteotti.
Nel 1924 Giacomo Matteotti denunciò in Parlamento brogli, intimidazioni e violenze del regime. Dopo il suo rapimento e assassinio, Benito Mussolini e il potere fascista scelsero una strategia precisa; guadagnare tempo, controllare le informazioni, occultare documenti e rallentare la verità con la finalità di poter continuare a governare e non dare spazio a chi non stava dalla loro parte. Non era soltanto una questione giudiziaria; era una tecnica politica, quella di rendere opaca la realtà per proteggere il potere.
Naturalmente nessuno può paragonare direttamente contesti storici così differenti, sarebbe scorretto e strumentale. Ma i meccanismi del potere hanno spesso dinamiche simili: quando chi governa ritiene che la verità possa destabilizzare gli equilibri politici, la tentazione di nascondere, rinviare o minimizzare diventa fortissima ed è proprio qui che nasce il parallelo inquietante.
Se davvero esisteva un documento capace di mettere in discussione l’eleggibilità di figure apicali della Regione, perché non è stato immediatamente trasmesso agli organi competenti e susseguentemente reso noto all’opinione pubblica? Perché il Presidente del Consiglio regionale non ha agito nella massima trasparenza? Perche ha deciso che i cittadini non dovessero sapere?
Sono domande che oggi pesano come macigni, perché la democrazia non muore soltanto attraverso gli atti autoritari. Muore anche lentamente, attraverso il silenzio delle istituzioni, l’omissione delle informazioni, la costruzione di zone grigie dove la responsabilità si dissolve. Il vero scandalo, infatti, potrebbe non essere l’eventuale ineleggibilità elusa ad ogni costo; il vero scandalo potrebbe essere il tentativo di gestirla lontano dagli occhi dei valdostani, dimenticando che quando il potere sceglie di proteggere sé stesso anziché la trasparenza, la fiducia dei cittadini crolla. Accade sempre.
Oggi la Valle d’Aosta ha bisogno di chiarezza totale, di documenti pubblici, della cronologia degli eventi, di responsabilità precise senza reticenze e senza giochi di Palazzo. Perché la storia italiana insegna che ogni volta che la politica ha cercato di nascondere la verità, quella verità è poi tornata indietro con una forza devastante.
Omar Vittone







