Fanno sdegno e rabbia l’aggressione dei 'black bloc' al poliziotto durante i disordini di Torino e le violenze di sabato scorso a Milano, ennesimo copione di devastazioni, scontri e assalti alle Forze dell’ordine che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare. È inaccettabile e su questo non ci devono essere zone grigie di 'comprensione' il branco che picchia e distrugge non è protesta, non è confronto sociale, non è neppure rabbia politica. È violenza pura e gratuita e come tale va perseguita e punita.
Detto questo, c’è un’altra cosa che dovrebbe sdegnarci e farci arrabbiare: la memoria corta. O peggio, l’uso selettivo della memoria quando fa comodo.
Chi oggi paragona questi episodi alle violenze politiche degli anni Settanta e Ottanta – o invoca misure come "quelle contro le Brigate Rosse” – compie un’operazione intellettualmente scorretta e storicamente sbagliata. Non lo dico per sminuire ciò che è successo a Torino e a Milano, ma per rimettere le proporzioni al loro posto. Quelli di oggi, per quanto gravi, restano una goccia nel mare rispetto a ciò che questo Paese ha conosciuto negli anni di piombo: una stagione di terrorismo diffuso, organizzato, ideologico, con centinaia di morti; con magistrati, giornalisti, poliziotti, politici e cittadini comuni nel mirino, con uno Stato che rischiò seriamente di essere destabilizzato.
Allora c’erano le Brigate Rosse, Prima Linea (ho chiamato il mio giornale Laprimalinea anche per togliere a quegli assassini l’esclusiva su quelle parole. Strappare quella sigla alla sua storia di sangue e restituire dignità a un’espressione che non ha nulla di criminale), i Nar e un intero arcipelago di sigle armate di ogni colore politico. C’erano gambizzazioni, sequestri, omicidi mirati, stragi. C’era una strategia. C’era un progetto eversivo. C’era un conflitto che aveva superato da tempo il confine della piazza ed era entrato in quello della guerra interna a bassa intensità.
Oggi no. Oggi abbiamo frange violente, spesso parassitarie rispetto a qualsiasi protesta reale, che usano il caos come palcoscenico e l'uniforme delle Forze dell'ordine come bersaglio simbolico. Sono frange pericolose, certo. Sono da reprimere, senza esitazioni. Ma non sono un movimento insurrezionale. Non sono un’organizzazione terroristica. Non sono – per fortuna – l’anticamera di una nuova stagione di piombo.
Mescolare i piani non è solo un errore di analisi: è una scelta politica. Serve a spostare il discorso dal terreno della responsabilità penale individuale – dove deve stare – a quello dell’emergenza permanente, dove tutto diventa eccezione e ogni manganello in più può essere raccontato come “necessario”.
La destra, in questo, gioca una partita vecchia e prevedibile: trasformare ogni episodio di violenza in una clava retorica per invocare leggi speciali, strette generalizzate, scorciatoie securitarie. È il riflesso condizionato della paura: invece di distinguere, si confonde; invece di misurare, si ingigantisce; invece di colpire i responsabili, si allarga il perimetro fino a includere un intero mondo indistinto chiamato “i dimostranti”.
Ma c’è anche una responsabilità speculare dall’altra parte del campo politico. La sinistra, che giustamente rivendica una tradizione democratica e antifascista, dovrebbe stare molto attenta a non scivolare in pratiche che ricordano proprio quei metodi che dice di condannare. Quando si mettono veti politici preventivi su nomine e incarichi decisi dal Governo solo perché i nominati sono “di destra”, si entra in un terreno pericoloso: quello dell’esclusione per appartenenza, non per merito o per atti concreti. È una scorciatoia illiberale, che somiglia più alla logica del nemico da abbattere che a quella dello Stato di diritto. E la storia italiana insegna che i metodi antidemocratici, anche quando si presentano con buone intenzioni, restano antidemocratici.
La storia italiana dovrebbe averci insegnato qualcosa anche sul fronte securitario. Le leggi emergenziali degli anni di piombo nacquero in un contesto drammaticamente diverso, quando lo Stato era davvero sotto attacco. E furono, in molti casi, misure dolorose, controverse, che ancora oggi fanno discutere giuristi e storici per il loro impatto sulle garanzie e sui diritti. Invocarle oggi, per episodi gravi ma circoscritti come quelli di Torino o Milano, significa o non conoscere quella storia, o usarla in modo strumentale. In entrambi i casi, non è un buon segno.
C’è poi un’altra contraddizione, più sottile ma altrettanto rivelatrice: la violenza viene giustamente condannata quando colpisce un poliziotto, ma diventa improvvisamente “comprensibile” o “contestualizzabile” quando a colpire è qualcun altro, o quando serve a rafforzare una narrazione politica. La coerenza, in Italia, è merce rara. E la memoria, spesso, è a intermittenza.
La verità è più semplice e meno comoda per tutti: chi aggredisce un poliziotto, chi devasta una città, chi usa la piazza come campo di battaglia va identificato, processato e punito secondo le leggi che già esistono. Senza sconti. Senza eroismi. Senza trasformarlo in un simbolo, né in un pretesto.
Perché quando si gonfia ogni episodio fino a farlo diventare “nuovi anni di piombo”, si finisce per fare un torto doppio: si banalizza la violenza di oggi e si offende la tragedia di ieri. E soprattutto si rinuncia a fare l’unica cosa sensata che uno Stato di diritto dovrebbe fare: applicare la legge, con fermezza e con misura, senza urlare, senza spettacolarizzare, senza usare la paura come strumento di consenso.
La storia, se la si prende sul serio, serve a capire. Non a spaventare. E nemmeno a fare campagna elettorale.


patrizio gabetti



