Da giorni sui giornali italiani editorialisti, cronisti e direttori si interrogano sul “perché” della tragedia di Crans-Montana. Le domande si rincorrono, legittime e doverose: E' stata solo mostruosa fatalità l’incendio che ha ucciso 47 ragazzi e ne ha feriti gravemente oltre un centinaio, o si è trattato di una tragedia annunciata?
Si parla – giustamente – di una sala seminterrata stipata di giovanissimi, di una sola via di fuga realmente praticabile, di materiali altamente infiammabili, di aria che manca fino al flashover. Ci si chiede come sia stato possibile autorizzare l’uso di candele scintillanti in un locale con soffitti e strutture in legno. E ancora: chi controllava gli accessi, se persino tredicenni sono entrati liberamente?
Domande corrette. Ma ce n’è una che manca, ed è forse la più scomoda: chi frequenta i locali, chi ne autorizza l'apertura e chi li gestisce è davvero consapevole dei rischi reali?
Per provare a rispondere, basterebbe invitare molti di questi colleghi a farsi un giro in numerosi locali pubblici svizzeri, ma anche francesi. Bagni minuscoli raggiungibili solo attraverso scale ripide e strettissime. Sale affollate con finestre di ampiezza quasi medievale, inutilizzabili come vie di fuga. Assenza di estintori anche nelle aree di passaggio. Oggetti accumulati ovunque, tollerati in nome dell’atmosfera, dell’abitudine, del “si è sempre fatto così”. Roba che in Italia, un bar, un pub, un ristorante così, non è che te lo fanno chiudere: non lo apri proprio.
La tragedia di Le Constellation non nasce nel vuoto. Matura in un contesto dove la sicurezza è spesso affidata al buon senso, all’esperienza, alla fortuna. Tutti ingredienti che, quando qualcosa va storto, non bastano.
Qualche mese fa, parlando dei lavori di riparazione della galleria di protezione Les Toules, danneggiata lo scorso aprile dalla valanga sulla A21 del Gran San Bernardo, un ufficiale della Guardia di Finanza – con tono volutamente iperbolico ma tremendamente realistico – mi ha detto: "In Italia, se ci capitasse di fare un’ispezione in un cantiere come quello, li dovremmo arrestare tutti...".
Ecco forse una parte della risposta che stiamo cercando.
In Italia ci lamentiamo spesso delle “troppe regole”, dei divieti, delle procedure, dei controlli. Della mania di valutare prima la sicurezza, in ogni opera edile, in ogni evento pubblico, in ogni locale aperto al pubblico. Ci sembra eccesso, burocrazia, talvolta persino accanimento.
Ma è proprio quell’eccesso che, nella maggior parte dei casi, ci salva la vita.
Sì, anche da noi ci sono state tragedie. La strage della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo nel 2018 resta una ferita aperta. Ma lì lo spray al peperoncino fu introdotto di nascosto, con la consapevolezza di star violando una regola, guardandosi bene dal farsi scoprire. A Crans-Montana, invece, i fuochi sono stati accesi sotto gli occhi di tutti, con la compiacenza e il divertimento generale, nella totale inconsapevolezza – o rimozione – del pericolo.
Non è solo una differenza di comportamento. È una differenza di cultura della sicurezza che - nonostante vi sia ancora molto da fare contro la piaga degli incidenti sul lavoro, che è altra cosa rispetto alla malagestione dei luoghi pubblici - è assai maggiore in Italia che altrove.
La tragedia di Crans-Montana ci dice che la fatalità c’entra poco. Ci parla di abitudini tollerate, di controlli blandi, di regole viste come fastidi e non come salvagente. E ci ricorda, brutalmente, che quelle norme di cui tanto ci lamentiamo non sono un capriccio dello Stato: sono il prezzo – alto ma necessario – per evitare che un locale si trasformi in una trappola mortale.
Forse, prima di chiederci ancora “perché”, dovremmo avere il coraggio di guardare dove abbiamo smesso di pretendere sicurezza. E riconoscere che, a volte, le troppe regole non sono il problema: sono la soluzione.


patrizio gabetti



