Editoriale | 17 febbraio 2026, 08:46

La 'lista Nordio' e la linea rossa che uno Stato di diritto non dovrebbe mai oltrepassare

La 'lista Nordio' e la linea rossa che uno Stato di diritto non dovrebbe mai oltrepassare

C’è un punto oltre il quale lo scontro politico sulla giustizia (che in realtà è sulla magistratura) smette di essere fisiologico e diventa qualcosa di diverso, ovvero un messaggio, un clima, una pressione. La richiesta del ministero della Giustizia di conoscere i nomi dei finanziatori del Comitato per il No al referendum promosso dall’Associazione nazionale magistrati-Anm sta esattamente su quella linea di confine, anzi forse l’ha già superata. Formalmente si parla di 'trasparenza'. Una circolare di poche righe, firmata dal capo di gabinetto del Guardasigilli, Carlo Nordio, chiede all’Anm di rendere noti i donatori sulla base del sospetto di un possibile finanziamento indiretto tra privati e magistrati. Le cifre del sostegno, prese una a una, valgono il costo di una serata in pizzeria per due persone ma, politicamente e istituzionalmente, il significato dell'operazione è un altro: la sensazione – denunciata dalle opposizioni e da una parte consistente della magistratura – è quella di una schedatura, di una lista. Di un precedente pericoloso, insomma.

Non è un dettaglio tecnico, è un tema di equilibrio tra poteri, perché qui non si sta discutendo di una corrente, di una riforma, di una critica – legittima – all’autogoverno delle toghe, bensì si manda un segnale a un Corpo dello Stato che ha pagato il prezzo più alto nella difesa della legalità repubblicana. Magistrati che hanno combattuto terrorismo e mafie, spesso isolati, delegittimati, sotto scorta, uccisi. E allora ecco perchè indignarsi non è retorica; il punto non è negare che nella magistratura esistano problemi, il caso Palamara ha scoperchiato dinamiche opache, le correnti hanno prodotto degenerazioni, gli errori esistono come in ogni istituzione. Ma lo Stato di diritto si difende distinguendo tra responsabilità individuali e delegittimazione collettiva, sempre. Quando si parla di 'sistema para-mafioso' riferito alle correnti e subito dopo si chiede l’elenco dei cittadini che finanziano un’iniziativa legata all’Anm, il messaggio che arriva – dentro e fuori le procure – è devastante: chi si espone viene messo sotto osservazione ed è questo che fa scattare l’allarme democratico.

Non perché la magistratura sia intoccabile, ma perché non è un sindacato qualunque. È uno dei pilastri dell’equilibrio costituzionale e ogni atto del potere esecutivo che anche solo sembri voler conoscere, catalogare, isolare chi dissente in quel mondo produce un effetto di condizionamento. Il presidente dell’Anm ha risposto che il comitato è un soggetto autonomo e che rendere pubblici i nomi dei donatori porrebbe un problema di privacy dei cittadini. Tradotto: non stiamo parlando di poteri dello Stato, ma di persone; di cittadini che partecipano a un dibattito pubblico. E qui la questione diventa ancora più grave, perché uno Stato liberale non chiede chi finanzia una posizione politica per valutarne la legittimità. Non lo fa con i comitati referendari, non lo fa con le associazioni, non lo fa con i corpi intermedi; lo fa semmai solo quando c’è un’ipotesi di reato e qui non c’è. Il rischio non è giuridico, è culturale; è l’idea che la magistratura – quando non è allineata – diventi un avversario e che chi la sostiene debba essere “conosciuto”. Che il conflitto tra poteri, insomma, si trasformi in una prova di forza ed è questo che, per chi ha memoria della storia repubblicana, fa davvero venire il voltastomaco. La legittimazione della giurisdizione non è un favore alle toghe, è una garanzia per i cittadini e indebolire quella fiducia significa indebolire la tutela dei diritti di tutti.

La politica ha il diritto di riformare la Giustizia e la magistratura ha il dovere di accettare le riforme votate dal Parlamento, ma c’è una linea che non dovrebbe mai essere attraversata: quella che trasforma il confronto in intimidazione. E una “lista” – anche solo evocata – sta esattamente da quella parte.

patrizio gabetti