Una cerimonia pensata per unire, ricordare e restituire senso alla storia istituzionale della Valle d’Aosta ha finito, paradossalmente, per accendere una polemica tutta politica. Non su contenuti, date o interpretazioni storiche, ma su inviti, posti a sedere e simboli.
Le celebrazioni per l’80esimo anniversario della prima seduta del Consiglio regionale nominato dal CLN, svoltesi sabato 10 gennaio nella piccola sala che ospitò quella storica adunanza, in piazza Olietti ad Aosta, hanno lasciato strascichi inattesi: l’assenza, tra i presenti, degli ex Presidenti del Consiglio Valle degli ultimi anni e di quelli più distanti nel tempo ma ancora in vita (praticamente di tutti i Presidenti precedenti) ha sollevato più di un sopracciglio e acceso un dibattito che, nel giro di poche ore, è uscito dalla sala per approdare su social, giornali e nel confronto pubblico.
Da una parte, chi ha letto quelle assenze come uno 'sgarro' o quantomeno uno sgarbo istituzionale: non una dimenticanza numerica, ma un segnale simbolico. In una ricorrenza che richiama la nascita dell’Autonomia e della democrazia valdostana, l’idea che non trovino posto coloro che hanno presieduto l’Assemblea regionale viene vissuta come una frattura nella continuità istituzionale. Una celebrazione della storia senza alcuni dei suoi interpreti più riconoscibili.
Dall’altra, la replica del presidente dell'attuale Presidente del Consiglio regionale e decisore dell'organizzazione dell'evento, Stefano Aggravi, che sposta il piano della discussione: non le persone, ma le istituzioni; non l’elenco dei nomi, ma il significato storico dell’evento. La capienza limitata della sala viene rivendicata come dato oggettivo, non come pretesto, e la celebrazione viene ricondotta al suo scopo originario: ricordare un luogo, un passaggio fondativo, un momento collettivo più che le singole figure che, negli anni successivi, hanno incarnato ruoli diversi in contesti istituzionali mutati.
Due letture legittime, che però si sono incrociate male. Perché la politica valdostana – si sa – ha un rapporto particolare con i simboli: li invoca spesso, li maneggia con cura variabile e raramente li considera neutri. Così una sala “oggettivamente piccola” diventa metafora di una memoria percepita come selettiva; e un criterio organizzativo si trasforma, suo malgrado, in messaggio politico.
Il cortocircuito sta tutto lì. In una ricorrenza che avrebbe dovuto essere inclusiva per definizione, la logistica ha finito per assumere un valore che va ben oltre le sedie disponibili. Perché in Valle d’Aosta la storia non è mai solo passato: è identità, legittimazione, appartenenza. E basta poco – un invito mancato, una prima fila affollata, una seconda fila vuota – per riattivare sensibilità mai sopite.
Forse la lezione è proprio questa. Le celebrazioni istituzionali non sono semplici eventi, ma atti politici nel senso più alto del termine, dove forma e sostanza camminano insieme. E quando la forma appare “leggerina”, anche senza cattive intenzioni, la sostanza rischia di diventare oggetto di contesa.
La memoria, alla fine, non chiede solo di essere ricordata. Chiede di essere maneggiata con attenzione. Anche – e soprattutto – quando il problema sembra soltanto una sala troppo piccola.


patrizio gabetti



