Quando i Rolling Stones decidono di mettersi al lavoro, lo fanno con una determinazione che non conosce ostacoli. Dopo il successo di Hackney Diamonds - un album capace di mettere d’accordo critica e pubblico e di riportare la band in cima alle classifiche internazionali - Jagger, Richards e soci non hanno avvertito il bisogno di prendersi una pausa. Anzi, hanno continuato a scrivere e registrare con una naturalezza che appartiene solo a chi ha interiorizzato il proprio mestiere fino a trasformarlo in un gesto quotidiano.
Da questa continuità nasce Foreign Tongues, venticinquesimo album in studio, un lavoro che non è frutto di un progetto pianificato a tavolino, ma della semplice constatazione che il materiale accumulato era troppo valido per restare fermo. “Quando abbiamo realizzato Hackney Diamonds, ci siamo ritrovati con una quantità enorme di idee”, spiega Jagger. “Alcuni brani erano già pronti, altri avevano bisogno di essere ripresi, ma tutti meritavano di trovare spazio. Non volevamo lasciarli lì, inutilizzati”.
Le sessioni nei Metropolis Studios di West London hanno confermato quella sensazione: nel giro di poche settimane, la band ha registrato quattordici tracce, costruendo un album che non è un semplice seguito, ma una naturale evoluzione di ciò che era rimasto in sospeso. Al timone, ancora una volta, Andrew Watt, il produttore che ha saputo restituire agli Stones una freschezza sorprendente, valorizzando la loro identità senza ingabbiarla nella nostalgia.
Guardando indietro, Jagger ricorda come Black and Blue — l’album del 1976 — contenesse appena otto brani. “Con Hackney Diamonds ci siamo detti: ‘Possiamo inserirne solo un certo numero, il resto lo mettiamo da parte. Ci servirà per un altro disco’”. E così è stato. Alcuni pezzi arrivano da quelle sessioni, altri sono nati dopo, quando la band ha capito che il materiale continuava ad aumentare e che valeva la pena trasformarlo in un nuovo progetto.
Foreign Tongues promette di essere un album che non si limita a ripercorrere la strada già tracciata, ma che apre nuove possibilità. Gli Stones non inseguono la nostalgia: la attraversano, la trasformano, la superano. Continuano a suonare come se ogni disco fosse un’occasione per ridefinire il proprio linguaggio. Perché, come dimostrano da oltre sessant’anni, il rock non è una stagione che passa: è un modo di stare al mondo. E loro, ancora una volta, lo parlano con una naturalezza che non appartiene a nessun altro.
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