È un viaggio tra memoria e alpinismo quello firmato da Alessandro Gogna sul suo blog personale 'gognablog', dove prende spunto dall’uscita del sesto volume di Mont-Blanc Granit (2025), dedicato alla Val Ferret italiana.
L’autore, tra i maggiori protagonisti dell’alpinismo degli anni Settanta e Ottanta, osserva con interesse la nuova guida ma ne evidenzia anche i limiti: opere moderne, più selettive, che privilegiano itinerari celebri o recenti e sacrificano la memoria storica. Un cambio di paradigma che, secondo Gogna, rischia di appiattire l’esperienza alpinistica e di far cadere nell’oblio molte vie del passato. Le vecchie guide – quelle che lui collezionava e considerava vere e proprie “bibbie” – raccontavano invece tutto: itinerari, contesto, storia, lasciando all’alpinista la libertà di scegliere e immaginare nuove linee.
Da questa riflessione nasce il recupero di una sua impresa significativa, ovvero l’ascensione integrale della Cresta di Tronchey alle Grandes Jorasses (foto sotto con la Cresta di Pra Sec), realizzata nell’estate del 1982 insieme a Franco Ribetti, Laura Ferrero e Giovanni Bosio. Nella pubblicazione recente quella via è appena citata, peraltro con un errore, ed è proprio questo dettaglio a spingere Gogna a ricostruirne la storia.
La Cresta di Tronchey era stata salita per la prima volta nel 1936, ma con un tracciato che evitava le difficoltà principali, aggirando le torri che ne costituiscono l’ossatura. Per anni quella linea è rimasta incompleta dal punto di vista logico e alpinistico. Gogna se ne interessa già nei primi anni Settanta, anche in vista di un possibile tentativo invernale, poi realizzato da altri nel 1973. L’idea però non lo abbandona e torna a farsi concreta nel 1976, quando, dopo una scalata alla Tour des Jorasses, osserva da vicino la cresta e ne intuisce le potenzialità.
Serviranno anni prima che il progetto prenda forma. Il tentativo decisivo arriva nell’estate del 1982; la cordata raggiunge il bivacco Jachia, punto d’appoggio isolato sopra la Val Ferret, e all’alba si porta alla base della cresta. Le prime lunghezze si svolgono su difficoltà contenute, ma la salita entra presto nel vivo. Superata la prima torre, la progressione si fa più tecnica, tra placche e diedri che conducono al nodo centrale della via, lo spigolo della seconda torre.
Qui Gogna individua una linea possibile su una parete strapiombante. La scelta si rivela decisiva; tre lunghezze di arrampicata libera su roccia compatta e spettacolare riportano la cordata sul filo di cresta, in un ambiente sempre più esposto. La terza torre rappresenta l’ultimo grande ostacolo. Tra fessure, muri verticali e strapiombi apparentemente chiusi, la soluzione arriva individuando un vecchio passaggio già tentato in passato, probabilmente legato a una variante di Lionel Terray. Un breve tratto in artificiale, l’unico della via, permette di superare lo strapiombo terminale e di uscire in vetta alla torre.
Con quel passaggio la cresta integrale è completata e la cordata prosegue verso la cima delle Grandes Jorasses, raggiunta al tramonto. Qui decide di bivaccare sulla Punta Walker, chiudendo l’ascensione in un’atmosfera sospesa tra stanchezza, soddisfazione e spirito di condivisione.
Nel racconto trovano spazio anche le figure che hanno accompagnato quella stagione dell’alpinismo, tra amicizie, cordate e vicende tragiche, come quella della guida Giorgio Bertone, morto in un incidente aereo nel 1977; ma il senso dell’articolo va oltre la memoria personale. Per Gogna, il rischio è che senza un adeguato racconto storico anche imprese significative possano scomparire. Le nuove guide, intese come libri, finiscono per proporre una montagna più “consumabile”, concentrando gli alpinisti su pochi itinerari e lasciando il resto nell’ombra.
Il suo è quindi un invito a recuperare una dimensione più ampia dell’alpinismo, fatta non solo di prestazione ma anche di conoscenza, ricerca e memoria. Perché ogni via, anche la più dimenticata, rappresenta un pezzo di storia che merita di essere conservato e raccontato.


pa.ga.



