Religio et Fides | 08 marzo 2026, 06:03

Cristo e la samaritana al pozzo, 1637- Artemisia Gentileschi (1593,1656)

Lettura d'arte domenicale a cura di don Paolo Quattrone

Cristo e la samaritana al pozzo (1637) di Artemisia Gentileschi (1593,1656)

Cristo e la samaritana al pozzo (1637) di Artemisia Gentileschi (1593,1656)

Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”, è la domanda che si pone il popolo d’Israele quando, trovandosi nel deserto dopo la fuga in Egitto, crede che Dio lo abbia abbandonato. Anche noi, soprattutto nei momenti difficili, pensiamo che il Signore se ne sia andato. Il brano di Vangelo invece, con l’episodio dell’incontro al pozzo di Giacobbe di Gesù e della donna samaritana, ci ricorda che Dio è in mezzo a noi, anzi è conficcato nel centro di ogni persona, senza alcuna distinzione ed eccezione. Nel nostro intimo vi è un luogo, un pozzo dove ogni giorno, ogni ora, ogni istante possiamo incontrarci con Dio ed accogliere quell’acqua viva, fresca e rigenerante che ha da offrirci. L’evangelista precisa che Gesù sedeva sul pozzo per simboleggiare che Lui è sorgente di vita e di amore, si rifà al lamento di Dio, contenuto nel profeta Geremia (Ger 2,13) quando il Signore dice: “hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva per scavarsi cisterne screpolate che non contengono l'acqua”. Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. Quando avvertiamo questo dubbio è probabile che siamo noi ad esserci allontanati dal pozzo interiore dove Gesù è sempre lì ad attenderci, a qualsiasi ora e momento per offrirci la sua presenza e quell’acqua viva che è il dono della sua Parola e dello Spirito Santo. Sovente crediamo che Dio vada cercato chissà dove, inseguito quasi amasse giocare a nascondino invece abita in noi, si tratta di incontrarlo, di non vivere perennemente nella superficialità e nell’esteriorità per regalarci dei momenti per entrare nell’intimo di noi stessi, solo così potremo percepire la sua presenza. Come si fa in pratica a raggiungere il pozzo interiore? Occorre riscoprire due dimensioni che sovente trascuriamo: saperci fermare e fare silenzio. Come puoi accorgerci che il Signore è in mezzo a te, dentro di te se sei sempre di corsa, estroflesso, se non ti concedi mai una sosta? Occorre individuare, ogni giorno, quel momento e quel luogo che ci consentono di fermarci e di fare silenzio per intrattenerci con il Signore esattamente come evocato dal dipinto, Cristo e la samaritana al pozzo (1637) di Artemisia Gentileschi (1593,1656) figlia del pittore di origini toscane Orazio Gentileschi amico di Caravaggio. Essa ha avuto un’esistenza intensa e ferita dallo stupro subito da parte di un pittore, amico di suo padre, Agostino Tassi ma questo non le impedirà di esprimere tutta la bellezza che possedeva in sé stessa, emergendo nel mondo dell’arte che in quel tempo non era per nulla accessibile ad una donna. In epoca giovanile il suo riferimento è lo stile caravaggesco, infatti, le sue opere degli inizi sono cariche di emotività, di contrasti tra luce e buio e di violenza. Approdando a Firenze presso la corte di Cosimo II de’ Medici, i suoi lavori acquisiscono eleganza e teatralità. A Venezia respira l’influenza dei maestri veneziani quali Tintoretto e Veronese. La sua fama giunge fino a Londra, dove suo padre si era trasferito lavorando per il re e proprio quest’ultimo la chiama a corte. Conclusa la parentesi inglese la pittrice torna a Napoli dove trascorre il grosso della sua esistenza mantenendo una grande capacità di cambiare ed aggiornare il suo stile. La vicenda di Artemisia ci ricorda che ogni persona è abitata da una bellezza interiore che può esprimere e per far questo è fondamentale scoprirla e venirne a contatto. Tutto questo avviene proprio andando quotidianamente a quel pozzo dove Dio ci aspetta ed incontrarlo aioutandoci a prendere coscienza del vero bene, a scoprire che siamo preziosi, amati, accompagnati e sostenuti esattamente come avviene per la donna samaritana che incontra Gesù. In questo tempo quaresimale riscopriamo l’importanza di recarci ogni giorno e anche più di una volta presso il nostro pozzo interiore, significa saper staccare, ritagliarci del tempo per fermarci, pregare iniziando dal silenzio per poi attingere a quell’acqua sempre viva che è la Parola di Dio, mettendoci in ascolto e accantonando le nostre parole e richieste, per cercare di cogliere ciò che ha da suggerirci e sempre da quel pozzo possiamo invocare la forza vivificante dello Spirito Santo per domandargli quella vitalità interiore necessaria per mettere in pratica ciò che la Parola ci ha suggerito, per non percepirci soli ed affrontare con fiducia ed entusiasmo l’esistenza nella sua complessità. 

 

-----------------------------------------------------------------------------------------

Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.

Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.

Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.

Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.  

don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it