Religio et Fides | 31 maggio 2026, 06:03

Bassorilievo del segno di croce, XII sec.

Lettura d'arte domenicale a cura di don Paolo Quattrone

Bassorilievo del segno di croce, XII sec.

Il brano di Vangelo ci presenta un passaggio del dialogo notturno intercorso tra Nicodemo e Gesù durante il quale quest’ultimo rivela le vere intenzioni di Dio e il suo autentico volto: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui”. I farisei, gruppo religioso al quale apparteneva Nicodemo, avevano un’immagine completamente distorta del Signore, era considerato un padrone da tenere buono più che un Padre che desidera amare e salvare l’umanità. Anche dalla prima e seconda lettura traspare la vera identità di Dio, nel brano dell’Esodo leggiamo: Il Signore passò davanti a Mosè, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà”. San Paolo nel testo tratto dalla seconda lettera ai Corinzi afferma: “vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi”. Nel brano di Giovanni può destare qualche perplessità questo passaggio: “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”, credere non è da intendere come una semplice adesione a dottrine e dogmi bensì è instaurare un rapporto con Dio, è entrare in relazione con il suo amore e far questo ci salva, ci aiuta a non perderci. La solennità che celebriamo pone ancor di più l’accento sul fatto che Dio è di per sé amore e di conseguenza non può essere un solitario come spesso ci immaginiamo bensì è tre persone divine, Padre e Figlio e Spirito Santo che sono profondamente unite dall’amore a tal punto che spesso ci sfugge che sono tre. È come quando si parla di una classe, per esempio la 4^B, e ci si dimentica che è composta da un gruppo di individui. L’amore trinitario naturalmente non può restare chiuso in sé stesso ma si apre e si dona all’umanità, c’è un modo per percepirlo ed entrare in sintonia con esso? C’è una preghiera, semplice ma forte allo stesso tempo, che ci aiuta ad intuire che il Dio nel quale crediamo non è né solitario e tanto meno freddo, distaccato e dispotico: è il segno di croce che spesso rischiamo di fare malamente e frettolosamente. Nel Duomo di Modena vi è un bassorilievo del XII sec. dove sono rappresentati alcuni fedeli che si fanno il segno di croce mentre il sacerdote li asperge con l’acqua benedetta. Interessante notare che si segnano tenendo unite tre dita: pollice, indice e medio proprio a ricordare la profonda unione di Padre e Figlio e Spirito Santo e sarebbe buona prassi posizionare anche noi le dita in quel modo. Fare il segno di croce è chiamare Dio per ciò che è, ci aiuta a ricordarci che non è un solitario ma è amore, relazione e per questo desidera intrattenersi con noi. Il segno di croce va a toccare fronte, spalle e cuore, coinvolge il corpo, è come se la Trinità ci stesse abbracciando per ricordarci che siamo preziosi, amati, mai dimenticati semmai siamo noi che ci scordiamo sovente di Dio. La Trinità può sembrarci un concetto complicato, una realtà distante e invece il segno di croce ce la fa sentire presente, accogliente, affettuosa nei nostri confronti perché ogni volta che lo facciamo stiamo consentendo a Padre e Figlio e Spirito Santo di avvolgerci inoltre chiamiamo Dio con il suo vero nome e le tre persone della Trinità fanno lo stesso con noi, pronunciano il nostro nome con amore; in più si accostano e tendono le loro mani per aiutarci a districarci in quei meandri dell’esistenza dove spesso rischiamo di smarrirci se ci illudiamo di affrontarli da soli: preoccupazioni, dubbi, paure, fatiche, sfide, peccati, dolori, insuccessi, incertezze, mancanze, crisi e responsabilità. Il segno della croce è un gesto da compiere in ogni momento della giornata, non solo quando preghiamo, perché ci fa bene, ci ricorda com’è davvero Dio, ci fa sentire accolti, amati ed accompagnati. 

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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.

Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.

Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.

Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.  

don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it