L’Unione Europea ha deciso di intervenire con fermezza su una delle abitudini più problematiche dell’industria della moda: la distruzione degli invenduti. Una pratica rimasta per anni lontana dai riflettori, ma che comporta un impatto ambientale enorme e difficilmente giustificabile. Per comprendere la portata del problema basta ricordare che per produrre una semplice t‑shirt servono circa 2.700 litri d’acqua, l’equivalente del consumo di una persona in oltre due anni. È il risultato di un processo che parte dalla coltivazione del cotone e arriva fino alla distribuzione del capo finito. Un dato che invita a riflettere su quanto sia urgente ridurre gli sprechi e frenare la logica del fast fashion, che continua a immettere sul mercato quantità di prodotti ben superiori alla reale domanda.
A partire dall’estate 2026, però, questo meccanismo subirà una svolta. Le nuove norme approvate a Bruxelles vietano alle grandi aziende di eliminare in silenzio abiti, scarpe e accessori rimasti nei magazzini. L’obbligo rientra nell’aggiornamento dell’Ecodesign for Sustainable Products Regulation, il regolamento europeo che punta a rendere i prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili. Le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi, ma il principio è ormai tracciato: ciò che viene prodotto non potrà più essere trattato come rifiuto prima ancora di raggiungere i consumatori.
I numeri spiegano bene la necessità di questo intervento. Tra il 4% e il 9% dei tessili immessi sul mercato europeo non viene mai venduto e finisce direttamente tra gli scarti, contribuendo ogni anno a generare circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂, un livello di emissioni paragonabile a quello della Svezia nel 2021. Oltre allo stop alla distruzione degli invenduti, l’UE introduce un altro elemento fondamentale: la trasparenza. Le aziende dovranno registrare e comunicare in modo chiaro quanta merce viene scartata e per quali motivi. Dal febbraio 2027 questi dati diventeranno pubblici, così da permettere controlli più efficaci e responsabilizzare l’intero settore.
Le autorità nazionali saranno incaricate di verificare il rispetto delle nuove regole, anche se resta da capire come verranno applicate le sanzioni e se l’impianto normativo riuscirà davvero a cambiare le abitudini dell’industria. La direzione, però, è segnata: l’Europa non intende più tollerare sprechi che pesano sull’ambiente e che contraddicono ogni principio di produzione sostenibile. Ora la sfida sarà trasformare queste norme in comportamenti concreti, superando una cultura industriale che per troppo tempo ha considerato l’eccesso come un dettaglio inevitabile.
Fonte: HdGrenn


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