Alla COP30 di Belem, in Brasile, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha aperto i lavori con parole che pesano come un macigno: “Abbiamo fallito”. L’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi, fissato dall’Accordo di Parigi del 2015, è ormai considerato irraggiungibile. La soglia sarà superata nel breve periodo, e il vertice che avrebbe dovuto rilanciare la lotta al cambiamento climatico si è trasformato in un’ammissione di sconfitta.
La conferenza, definita dal presidente brasiliano Lula come la “Cop della verità”, si apre dunque con aspettative crollate. A dieci anni dalla firma dell’Accordo di Parigi, il mondo viaggia verso un aumento di quasi 3 gradi, mentre gli impegni presi dai governi appaiono insufficienti.
A rendere ancora più evidente il senso di fallimento sono le assenze. Non c’è Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, che ha portato il suo Paese fuori dall’Accordo di Parigi e oggi guida una battaglia a favore delle fonti fossili, arrivando a minacciare dazi contro gli Stati impegnati nella decarbonizzazione. Non c’è Xi Jinping, leader della Cina, primo emettitore mondiale di gas serra ma anche protagonista negli investimenti sulle rinnovabili. Non c’è Narendra Modi, premier indiano. In totale, solo 30 capi di Stato e di Governo hanno partecipato, la metà rispetto alla Cop precedente: un segnale chiaro di come la crisi climatica sia scesa nelle priorità globali.
L’Unione Europea prova a mantenere la rotta. Ursula von der Leyen, affiancata da Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha rivendicato i risultati: -37,2% di emissioni rispetto al 1990 e +71% di PIL nello stesso periodo. Tuttavia, la spinta del Green Deal del 2019 si è indebolita, frenata da pandemia, crisi energetica e nuovi equilibri politici. L’Italia, rappresentata dal vicepremier Antonio Tajani, ha puntato sulla “neutralità tecnologica” e sui biocarburanti. Con realismo, il premier britannico Keir Starmer ha sintetizzato la situazione: “Il consenso generale sull’emergenza climatica è perso”.
Ora la parola passa ai negoziatori, che avranno tempo fino al 21 novembre per cercare un accordo. Il Brasile ha provato a rilanciare proponendo un piano da 1.300 miliardi di dollari l’anno per il finanziamento climatico e un fondo dedicato alle foreste pluviali, già respinto dal Regno Unito. L’obiettivo minimo è difendere le linee rosse dell’Accordo di Parigi, evitando passi indietro sull’abbandono delle fonti fossili. Ma la sensazione è che la COP30 rischi di chiudersi con un documento di facciata, utile solo a salvare le apparenze.
La “Cop della verità” si è aperta con una verità amara: il mondo non sta vincendo la sua battaglia contro il cambiamento climatico. E l’ammissione dell’Onu segna un punto di svolta che potrebbe pesare per decenni


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