Le ragioni della protesta sono giuste, perché chiedere che uno stipendio consenta di vivere, che studiare non diventi un privilegio, che curarsi sia possibile senza dover disporre di denaro e che un giovane possa costruire la propria indipendenza significa porre questioni essenziali alla politica, alle quali nessun governo e nessuna istituzione possono sottrarsi liquidando il malcontento con fastidio o accorgendosi della sua esistenza soltanto quando una manifestazione degenera.
Per questo merita di essere apprezzata la protesta pacifica del centinaio di studenti valdostani che hanno scelto di esprimere pubblicamente il proprio dissenso rispettando le persone e la città, mostrando una maturità civile alla quale dovrebbe essere riconosciuta almeno la stessa attenzione riservata alle immagini degli scontri, mentre troppo spesso chi manifesta senza distruggere finisce sullo sfondo del racconto pubblico.
A questi ragazzi va riconosciuto il merito di aver dato voce alle proprie ragioni senza prevaricare nessuno, dimostrando che determinazione e responsabilità possono convivere e che la partecipazione alla vita collettiva passa anche attraverso la capacità di sostenere una rivendicazione senza trasformare chi si ha di fronte in un bersaglio da colpire.
Protestare è un diritto e una democrazia deve saper accogliere anche il dissenso rumoroso, insistente e scomodo, capace di mettere in discussione le decisioni di chi governa, perché pretendere che ogni contestazione sia discreta, quasi invisibile, significa svuotarla della sua funzione e ignorare che chi scende in strada spesso lo fa proprio perché ritiene insufficienti, inefficaci o inaccessibili gli altri strumenti per ottenere ascolto. Quel diritto non autorizza però a colpire una persona, devastare un negozio, distruggere un mezzo pubblico o aggredire un 'flic', perché dietro una divisa c’è una persona (che certamente non vive nel lusso e non occorre rispolverare Pasolini per saperlo), dietro una vetrina ci sono lavoro, sacrifici e dipendenti e dietro un bene pubblico ci sono i soldi di tutti, compresi quelli di chi fatica ad arrivare alla fine del mese e magari condivide le ragioni della piazza.
La violenza fine a sé stessa è un delitto inutile, che non rende più accessibile un affitto, non aumenta una busta paga e non migliora una scuola, ma produce feriti, paura e distruzione, consegnando a chi vuole ignorare il disagio sociale l’occasione per parlare esclusivamente di ordine pubblico e lasciando che le richieste della piazza scompaiano dietro il bilancio dei danni.
Accade così che chi aveva una domanda da rivolgere alla politica si ritrovi a dover rispondere di un sasso che non ha lanciato, mentre chi voleva discutere di salari, istruzione o sanità venga chiamato soprattutto a dissociarsi da una devastazione alla quale non ha partecipato, subendo un’ulteriore sopraffazione da parte di chi ha deciso che il proprio desiderio di scontro dovesse prevalere sulle ragioni e sulla sicurezza degli altri manifestanti. Occorre però respingere con altrettanta decisione il tentativo di usare le responsabilità dei violenti per screditare chiunque protesti, perché le responsabilità vanno accertate individualmente, una piazza non può essere trattata come un unico imputato e una generazione non può essere giudicata attraverso le immagini di chi distrugge, quasi che la condanna delle aggressioni autorizzasse ad archiviare anche le domande dalle quali la mobilitazione è nata.
La risposta delle istituzioni deve quindi tenere insieme fermezza e capacità di ascolto, garantendo la sicurezza delle persone e il diritto dei manifestanti pacifici, perseguendo chi commette reati attraverso interventi proporzionati e tornando, il giorno dopo, ai problemi denunciati, senza considerare esaurito il proprio compito quando la piazza è stata sgomberata e le strade sono nuovamente percorribili. La presenza di ragazzi molto giovani negli scontri richiede inoltre una riflessione sulle condizioni nelle quali maturano il rancore, il bisogno di appartenenza e il gusto della sopraffazione, perché comprenderne le origini permette di prevenire altra violenza e di chiedere alla società di assumersi le proprie responsabilità educative e sociali, prima che ogni risposta venga affidata a un reparto di polizia o a un tribunale.
Questo dovere di ascolto vale anche in Valle d’Aosta, dove apprezzare il comportamento degli studenti deve significare prendere sul serio ciò che hanno voluto esprimere, evitando che il riconoscimento della loro educazione diventi una formula di circostanza con la quale concedere un complimento e lasciare tutto com’è, senza aprire un confronto e senza fornire risposte sulle quali misurare l’impegno di chi amministra.
Gli studenti valdostani hanno fatto la loro parte, mostrando che il dissenso può esprimersi con forza e rispetto; chi ha responsabilità pubbliche faccia la propria, perché le ragioni di una protesta così matura meritano risposte prima che qualcuno tenti di seppellirle sotto le macerie.


patrizio gabetti



