Il nuovo romanzo di Gianluca Gotto è un racconto che si muove tra due città lontane e due mondi interiori opposti: la Singapore ordinata, luminosa e disciplinata in cui il protagonista ha costruito la sua fragile serenità, e la Torino che custodisce le ferite della sua infanzia, quelle che ha cercato per anni di dimenticare. Cresciuto con la convinzione che la casa fosse il luogo più pericoloso al mondo e che l’amore non potesse esistere senza paura, ha trascorso la vita a difendersi dalle emozioni, convinto che la distanza fosse l’unico modo per non soffrire. A Singapore la sua esistenza sembra perfettamente calibrata: tai chi all’alba, lavoro da ghostwriter nei café, arrampicata in palestra, meditazione nella sua “stanza del vuoto” ogni volta che un sentimento rischia di incrinare la calma che ha costruito con tanta fatica. Conosce a memoria il Dhammapada e vive come un monaco fuori dal tempio, persuaso di aver spezzato il karma familiare che lo ha segnato da bambino.
Ma la vita, con la sua imprevedibile imperfezione, trova sempre un modo per entrare. Accade una notte, in un ascensore di un hotel, quando incontra Giorgia. Impulsiva, disordinata, incapace di stare da sola, Giorgia è tutto ciò che lui ha cercato di tenere lontano: il caos, il desiderio, le emozioni che non si possono controllare. L’amore. E anche se quell’incontro si conclude nel modo più inatteso, qualcosa dentro di lui si incrina. A cosa serve dimenticare il dolore del passato, si chiede, se questo significa rinunciare a vivere il presente? Il romanzo diventa così un viaggio nella possibilità di lasciarsi andare, di accettare che ciò che finisce non è una minaccia ma la condizione stessa della bellezza. Come suggerisce una delle frasi più luminose del libro, se la paura di soffrire dopo ti frena prima ancora di iniziare, allora la tua vita non può contemplare niente di ciò per cui vale la pena vivere.
Gotto costruisce una storia intensa, delicata e profondamente umana, capace di parlare a chi ha imparato a difendersi troppo e a chi, al contrario, non ha mai smesso di cercare un modo per restare. Ci basterà mangiare il vento diventa metafora di una libertà possibile: quella di vivere senza trattenere, senza temere, senza chiudersi. Un romanzo che invita a respirare, a rischiare, a lasciarsi sorprendere, ricordando che a volte basta un soffio per cambiare tutto.
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