Asma Mhalla, con Resistere ai tempi oscuri, torna a interrogare il nostro presente con una lucidità che non indulge né nella nostalgia né nell’allarmismo. Il suo sguardo è chirurgico: osserva come viviamo, come reagiamo, come ci lasciamo attraversare da tecnologie che non percepiamo più come strumenti, ma come ambienti che ci modellano. La sua tesi è semplice e disturbante: oggi il controllo non ha più bisogno di imporsi, perché lo interiorizziamo. Gli algoritmi che ci accompagnano ogni giorno, le piattaforme che consultiamo senza pensarci, le interfacce che ci semplificano la vita non sono neutre; orientano il nostro modo di desiderare, di scegliere, di percepire ciò che ci circonda. È da questa consapevolezza che nasce il libro, che non vuole solo descrivere un problema, ma mostrarlo nel punto esatto in cui ci tocca: nei gesti automatici, nella ricerca compulsiva di stimoli, nella difficoltà crescente a fermarsi e pensare.
Mhalla parla di una libertà che non viene tolta, ma ridefinita. Non è più un diritto da difendere, ma una sensazione da gestire. Ci muoviamo dentro confini invisibili che scambiamo per possibilità, mentre il sistema che li produce lavora silenziosamente sulla nostra attenzione. Il controllo, oggi, passa attraverso la mente più che attraverso il corpo, e la tecnologia diventa il veicolo perfetto per un potere che non vieta, ma orienta; non reprime, ma seduce; non impone, ma suggerisce. È qui che l’autrice introduce il concetto di cyberdistopia: non un futuro immaginario, ma un presente già operativo, in cui le tecnologie di controllo sono integrate nella quotidianità e percepite come inevitabili.
Uno dei passaggi più incisivi del libro riguarda il modo in cui il nostro cervello reagisce agli stimoli digitali. Lo scrolling infinito, la ricerca continua di dopamina, la saturazione cognitiva non sono effetti collaterali, ma meccanismi progettati per mantenerci in uno stato di attenzione frammentata. Da questa condizione nasce una forma di dissociazione collettiva: vediamo che qualcosa non funziona, percepiamo una crisi diffusa, ma continuiamo a comportarci come se tutto fosse normale. È una distanza crescente tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo, tra la consapevolezza e l’azione.
Mhalla affronta anche il tema della rabbia, non quella politica tradizionale, ma una frustrazione diffusa che attraversa le società contemporanee. È la rabbia di chi si sente sopraffatto, di chi avverte che le promesse del progresso non sono state mantenute, di chi percepisce un malessere che non riesce a nominare. Una rabbia senza direzione, e proprio per questo facilmente manipolabile.
Eppure il libro non si chiude in una diagnosi cupa. Propone una forma di resistenza che non ha nulla di eroico: è quotidiana, minuta, concreta. Resistere significa recuperare attenzione, rallentare, sottrarsi alla programmazione invisibile che ci circonda. Significa tornare a essere presenti, non vivere in automatico, non accettare come inevitabile ciò che ci viene proposto. Significa coltivare uno spazio interiore che non sia costantemente occupato.
La scrittura di Mhalla è diretta, limpida, accessibile. Non richiede competenze tecniche, richiede disponibilità a guardare. È un libro che parla a chi si sente sopraffatto dal presente, a chi percepisce che qualcosa non torna ma non riesce a definirlo. Il suo merito più grande è restituire un linguaggio per comprendere ciò che viviamo, e forse, da lì, per cambiare qualcosa. Perché la domanda che attraversa tutto il testo rimane sospesa, inevitabile: quanta libertà ci resta, e quanto siamo disposti a difenderla davvero.
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a.a.



