Cronaca | 15 luglio 2026, 07:21

Ponte Morandi, alla vigilia dell'ultima udienza Riccardo Rigacci si dimette da direttore del Traforo del Monte Bianco

E' temporaneamente sostituito da Cédric Petitcollin, Capo progetto tecnico e informatico del Geie

Ponte Morandi, alla vigilia dell'ultima udienza Riccardo Rigacci si dimette da direttore del Traforo del Monte Bianco

La decisione è arrivata nelle ore che precedono l'ultima udienza del dibattimento, in programma domani, giovedì 16 luglio, davanti al Tribunale di Genova: Riccardo Rigacci ha rassegnato le dimissioni dalla carica di direttore del Geie (Gruppo europeo di interesse economico) del Traforo del Monte Bianco. E' temporaneamente sostituito da Cédric Petitcollin, Capo progetto tecnico e informatico del Geie.

Il procedimento, a quasi otto anni dalla tragedia del 14 agosto 2018 costata la vita a 43 persone, giunge al termine dopo 284 udienze e vede 57 imputati. La Procura ha chiesto complessivamente quasi 400 anni di reclusione, contestando, a vario titolo, reati che vanno dall'omicidio colposo plurimo al crollo doloso, dall'attentato alla sicurezza dei trasporti al falso. Secondo l'accusa, per anni sarebbero stati sacrificati manutenzione e sicurezza della rete autostradale per privilegiare i dividendi destinati agli azionisti.

Rigacci, ingegnere genovese, è tra gli imputati in virtù degli incarichi ricoperti negli anni all'interno di Autostrade per l'Italia e di Spea, la società del gruppo incaricata delle attività di ispezione e monitoraggio delle infrastrutture; successivamente era stato nominato direttore del GEIE del Traforo del Monte Bianco, l'organismo europeo che gestisce il tunnel tra Italia e Francia. Tre anni prima del crollo, il ponte Morandi fu chiuso al traffico per alcune ore a causa di un guasto ai sensori del sistema di monitoraggio; era il 2015 e a firmare la decisione di interdire il transito dei veicoli fu l’ingegnere genovese Riccardo Rigacci, allora direttore del Tronco della Liguria di Autostrade per l’Italia. La breve chiusura del ponte era stata rivelata lo scorso ottobre dagli stessi pubblici ministeri durante un'udienza del processo. Secondo l’accusa, il ponte non fu mai interdetto in modo strutturale nonostante il grave degrado della 'pila 9', per non rinunciare ai pedaggi e non incrinare la “filosofia al risparmio” imposta dall’allora amministratore delegato Giovanni Castellucci.

 

Eppure, quella chiusura decisa da Rigacci per un semplice guasto ai sensori -decisione presa in autonomia e con senso di responsabilità - è divenuta un passaggio chiave del dibattito processuale. Per la difesa di Rigacci, rappresentata dagli avvocati Perroni e Colella, il provvedimento del 2015 dimostra esattamente il contrario di quanto sostiene l’accusa: se il direttore del tronco avesse avuto anche solo il sospetto concreto di un rischio di crollo, avrebbe certamente bloccato il traffico. Ma secondo l’impostazione dei pm, che per il dimissionario direttore del tunnel del Bianco a ottobre 2025 avevano chiesto sei anni e mezzo di carcere (hanno chiesto condanne per 56 imputati su 57), il fatto che il ponte fu riaperto poche ore dopo quello stop rafforzerebbe la tesi opposta, ovvero che la chiusura, disposta per motivi tecnici e non strutturali, fu poi rapidamente superata anche per le pressioni economiche legate ai pedaggi.

Le dimissioni presentate da Rigacci alla vigilia dell'ultima udienza assumono inevitabilmente un rilievo particolare, anche se al momento non sono state rese note le motivazioni ufficiali della decisione.

Il processo sul crollo del ponte Morandi rappresenta uno dei più complessi mai celebrati in Italia. In quattro anni di dibattimento sono stati ascoltati 282 testimoni, esaminati migliaia di documenti e acquisiti oltre 12 terabyte di materiale tra relazioni, fotografie, video e supporti informatici.

pa.ga.