Per ben tre volte, nel brano di Vangelo Gesù invita gli apostoli e ciascuno di noi a non aver paura evidenziando tre aspetti: il primo è non aver timore di coloro che vogliono rendere la vita religiosa oscura e fatta di restrizioni. Avevamo già affrontato questa tematica la scorsa domenica quando raccontavo che Gesù chiede che si preghi perché vi siano pastori e cristiani che aiutino le persone ad aprirsi ad una fede luminosa, libera e non opprimente. Cristo ha sollevato il velo per mostrarci il vero volto di Dio, perciò, non mettiamoglielo nuovamente addosso ma viviamo l’esperienza religiosa come una relazione con il Signore basata sulla fiducia, al fine di non rimanere intrappolati in forme distorte e rigide di spiritualità che opprimono invece di aprire alla gioia. Il secondo aspetto è relativo all’insegnamento di Gesù che ci sprona a non scoraggiarsi quando vediamo accanto ed attorno a noi persone che remano contro diffondendo il male, brutture e cultura di morte, ma al contrario ci incoraggia ad impegnarci per il bene, per diffondere il Vangelo e valori positivi. Terzo ed ultimo aspetto, Gesù desidera liberarci da una paura con la quale tutti dobbiamo fare i conti, ed è quella di non valere, di ritenerci sempre in difetto tanto più nei suoi confronti. È vero, nessuno può essere e diventare come Dio ma questo non vuol dire che dobbiamo averne paura, anzi occorre imparare a fidarcene perché siamo suoi figli, preziosi ed importanti. Molto bella e confortante questa frase di Gesù: “Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. Se dei piccoli animali sono preziosi per Dio, tanto più lo siamo noi umani solo per il fatto che esistiamo pur con i nostri limiti e difetti. Quante volte invece rischiamo di vivere male nella nostra pelle, con gli altri e con Dio perché convinti di non andare mai bene, illudendoci che il nostro valore dipenda esclusivamente da ciò che dimostriamo, che facciamo, che possediamo e che conquistiamo. Si può vivere male anche la fede ogni qualvolta di fronte al Signore ci sentiamo inadeguati…è vero siamo fragili, ma sempre amati e non dobbiamo mai aver paura di accostarci a Lui. Gesù con le tre esortazioni desidera liberarci dalla paura che soffoca e oscura la bellezza dell’esistenza e del cammino spirituale invitandoci a non credere a chi vuole presentarci una fede a tinte scure basata sul sospetto, sui sensi di colpa e su un’idea di un Dio burbero e volubile, Egli ci esorta a non aver timore di chi compie il male, di chi diffonde bruttura spronandoci a fare la nostra parte anche se a volte può essere duro e rischioso; infine ci sollecita ad accorgerci che nonostante i nostri limiti e debolezze il Signore ci guarda sempre con amore perché siamo preziosissimi per Lui. Mercoledì 10 giugno Papa Leone XIV, in occasione del suo viaggio apostolico in Spagna, ha inaugurato e benedetto la torre di Cristo della Sagrada Familia sulla cui sommità si erge una magnifica croce per un totale di 172,5 m che ne fa la chiesa più alta del mondo. Torre che conclude la costruzione della basilica anche se vi sono ancora alcuni lavori da portare a termine ma di sicuro è un traguardo importante in quanto, dalla posa della prima pietra, sono passati ben 144 anni! Si tratta di un’opera talmente maestosa e complessa che non avrà mai fine ma certamente ad oggi possiamo ammirare ciò che c’era nella mente e nel cuore del suo autore Antoni Gaudì (1852-1926). Assistendo alla diretta dell’inaugurazione mi ha colpito il momento nel quale la torre principale e le altre si sono completamente illuminate e mi sono venute alla mente proprio queste parole di Gaudì: “La gloria è luce, la luce dona gioia e la gioia è la delizia dello spirito”. Un tempio, una cattedrale immensa pensata non per voler sovrastare o competere con altri edifici bensì per annunciare quanto è immenso l’amore di Dio per l’uomo e questo Gaudì sosteneva che lo si può percepire nella natura, nell’architettura e nell’amore che l’uomo compie e realizza. Quelle torri che ogni sera si illuminano nel cuore di Barcellona sono lì come le dita di una mano ad indicarci il cielo, a ricordarci che non dobbiamo lasciarci piegare, incupire ed intimorire da chi vuol ridurre la fede a qualcosa di rigido ed opprimente; da chi diffonde il male nel mondo; o dal credere che non valiamo nulla perché inadeguati.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.




don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it



