In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Era la situazione nella quale si trovavano gli ebrei che professavano la fede: smarriti, stanchi e oppressi poiché coloro che dovevano guidarli avevano smarrito completamente il senso della vita religiosa. Invece di aiutare le persone ad accostarsi a Dio avevano inculcato precetti, rigidità e paure che non facevano altro che rendere la fede confusa ed opprimente. Questo è un rischio a cui possiamo andare incontro anche oggi. Gesù poco dopo esprime questa richiesta: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”. C’è tanto da fare per ricondurre la gente ad un autentico cammino di fede non fondato su precetti e paure bensì sull’amore e la libertà e c’è bisogno di persone che si dedichino a questo, anche oggi. Non abbiamo soltanto bisogno di pastori, di sacerdoti e di consacrati ma necessitiamo che questi aiutino le persone a scoprire la bellezza di credere in Dio e a vivere la vita spirituale come un’esperienza liberante e non opprimente. Non solo vescovi, preti e religiosi ma ogni cristiano dovrebbe chiedersi: ma io che tipo di religiosità vivo e trasmetto? Ci lamentiamo, erroneamente, che molti non praticano la fede ma ci chiediamo che idea diamo di essa quando la annunciamo e la celebriamo. E il nostro modo di relazionarci quale è? Nella prima lettura il Signore rivolge a Mosè e al popolo di Israele queste parole: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me”. Ritengo molto bella l’immagine ‘dell’essere portati su ali d’aquila’; questa è la fede: spiccare il volo leggeri perché ci si fa condurre da un Dio che ci ama, ci solleva e ci sostiene. Il rischio è di ridurre la fede a precetti, cavilli, pura apparenza e costrizioni, il tutto condito da paura, sensi di colpa e grigiore. Tornando al brano di Matteo leggiamo i nomi dei dodici apostoli. Ognuno di essi evoca un vissuto, una personalità, potenzialità, qualità e anche una bella dose di difetti e con la loro unicità sono chiamati ad essere annunciatori del Vangelo cioè di una Buona Notizia. A quell’elenco possiamo aggiungere la sterminata lista di nomi di tutti quegli uomini e donne che oggi come ieri cercano e hanno cercato di praticare e diffondere la fede. Gesù chiede ai dodici e ad ogni cristiano di vivere ed annunciare una religiosità bella, liberante e non opprimente e cupa. La missione che Gesù affida agli apostoli è di andare dalle pecore perdute della casa d’Israele: riscopriamo innanzitutto noi stessi, la fede è credere che non siamo mai perduti ed abbandonati perché Dio è un Padre che ci ama sempre, non è uno scorbutico da imbonire a suon di pratiche religiose bensì Qualcuno da frequentare con fiducia, trasmettendone il significato a chi ci circondo e in particolare a chi non si sente degno di Dio, a chi cerca un senso più profondo dell’esistenza, a chi per diversi motivi si reputa perso o ha smarrito la bellezza di credere. Il Maestro affida ai dodici un messaggio ben preciso: il regno dei cieli è vicino. Gesù si è fatto uomo per salvarci e rivelarci che Lui è sempre vicino e questo va annunciato a chi si sente solo nell’affrontare le vicende dell’esistenza. Gesù infine invita gli apostoli a compiere azioni liberatorie, che generano e diffondono bene, amore e libertà: non c’è bisogno di pastori e di cristiani lamentosi, giudicanti, perfettini, sprezzanti, rigidi, che inculcano terrore e profetizzano sventure bensì di persone che con le parole ed i gesti aiutano loro stesse e gli altri a scoprire la fede come qualcosa che fa spiccare il volo e che alleggerisca i cuori, spesso appesantiti. Marc Chagall (1887-1985) nei quadri rendeva visibili i suoi sogni, la propria storia personale fatta di amori, ferite, guerra, fede ed arte. Nell’opera 'Gallo rosso nella notte' (1944) alcune figure volano: il gallo segno di coraggio e speranza annuncia un nuovo giorno, Gesù è venuto per svegliarci e rivelarci un nuovo modo di relazionarci con Dio fondato sull’amore e la fiducia e non sulla paura. L’artista stesso diceva: “Nell’esistenza c’è solo un colore che dona senso all’arte e alla vita, il colore dell’amore”. Vi è un uomo che abbraccia una donna (è l’artista con la sua amata Bella scomparsa in quell’anno). La fede è lasciarsi afferrare e portare da Dio per librarci leggeri, la fede non è zavorra ma slancio.
Piccola curiosità, si ritiene che il dipinto abbia ispirato il cantante Modugno per la canzone: “Nel blu dipinto di blu”.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.




don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it



