Integrazione e solidarietà | 26 aprile 2026, 08:21

Introd, quelle barriere contro il vuoto; quattro anni di lavoro per trasformare il dolore in prevenzione

Le riflessioni di Paola Longo Cantisano, referente dell'associazione 'Il Mandorlo Fiorito' sulla necessità finalmente condivisa di non potersi più voltare dall'altra parte quando ci si confronta con il suicidio

Paola Longo Cantisano

Paola Longo Cantisano

Le barriere antisuicidio in corso di installazione (quasi ultimata) sul ponte di Introd sono il risultato di un percorso lungo quattro anni, costruito passo dopo passo da istituzioni, sanità e realtà del territorio, fino a diventare una scelta definita, condivisa e, soprattutto, ritenuta non più rinviabile. A spiegarlo, in una riflessione inviata a Laprimalinea a commento della notizia pubblicata ieri sui lavori alla struttura è Paola Longo Cantisano, fondatrice e referente dell’associazione 'Il Mandorlo Fiorito', nata dopo la morte del figlio 24enne di Paola, che proprio da quel dolore ha trasformato l’impegno personale in una battaglia pubblica contro il silenzio e lo stigma sul suicidio.

Le nuove protezioni – pali e reti d’acciaio che oggi ridisegnano visivamente il ponte – sono state concordate con gli assessorati regionali alle Opere pubbliche e alla Sanità, con il Dipartimento di salute mentale, la Usl, le Forze dell’ordine, la Protezione civile e l’Università della Valle d’Aosta, all’interno di un tavolo dedicato alla prevenzione del suicidio.

Una scelta “convinta”, sottolinea Cantisano, maturata nel tempo ma accelerata dai fatti: tra il 2023 e il 2024 si sono registrati sul ponte quattro nuovi episodi, una donna e tre giovani, che hanno di fatto reso insufficienti i sistemi acustici installati alla fine del 2021, i quali – pur avendo contribuito in diversi casi a salvare persone incerte o disorientate – non sono più bastati a fermare chi aveva già oltrepassato quella soglia invisibile.

È qui che il tema smette di essere astratto e diventa concreto, urgente, persino scomodo, afferma Longo Cantisano. Perché se da un lato c’è chi guarda all’impatto visivo delle barriere e lo giudica invasivo rispetto al paesaggio, dall’altro c’è una realtà che corre più veloce delle sensibilità estetiche e che impone decisioni immediate, anche imperfette, in attesa di un progetto più articolato e definitivo che sarà sviluppato dal Comune con finanziamento regionale.

Non è una contrapposizione banale tra bellezza e sicurezza, ma qualcosa di più profondo ovvero il confronto tra ciò che si vede e ciò che spesso si preferisce non vedere; le barriere, infatti, non nascondono il problema, semmai lo rendono visibile.

Sono, nelle parole di Longo Cantisano, la prova concreta che una comunità decide finalmente di affrontare il suicidio non solo come fatto privato o tragedia isolata, ma come questione collettiva, che richiede prevenzione, strumenti e responsabilità condivise, anche attraverso interventi strutturali nei luoghi individuati a rischio, come indicano le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Ma il punto più delicato sollevato dalle riflessioni della referente de Il Mandorlo Fiorito è forse un altro, ed è quello che raramente entra nel dibattito pubblico senza essere semplificato o distorto. Il suicidio non è riducibile a una spiegazione razionale, non si lascia incasellare facilmente in cause lineari o logiche rassicuranti, perché – osserva Paola – non è solo la mente a soffrire, ma qualcosa di più profondo, che sfugge alle categorie con cui normalmente si tenta di comprendere il dolore umano. Ed è proprio quel dolore, quello che isola, che fa sentire senza via d’uscita, che trasforma la solitudine in una condizione apparentemente definitiva, a rendere necessario un intervento che non sia solo sanitario o sociale, ma anche fisico, tangibile, capace di interrompere il gesto, di creare una distanza, anche minima, tra l’impulso e l’atto.

In questa prospettiva, quei pali e quelle reti non sono soltanto un’infrastruttura, sono un segnale che può disturbare, certo, perché rompe un equilibrio visivo, ma che allo stesso tempo rompe anche un’altra forma di equilibrio, molto più pericolosa, fatta di rimozione, di silenzio e di paura.

L’associazione Il Mandorlo Fiorito si definisce “un sasso nella scarpa”, qualcosa che continua a farsi sentire finché il problema non viene affrontato davvero, e in effetti è proprio questo il ruolo che sembra aver assunto in Valle d’Aosta, quello di portare alla luce ciò che per troppo tempo è rimasto coperto da pregiudizi e reticenze.

Parlare di suicidio significa inevitabilmente confrontarsi con la paura più radicale, quella della morte, e con il dolore che la accompagna, ma significa anche – ed è forse la parte più difficile – accettare che la prevenzione non passa solo dalle parole o dalle intenzioni, ma anche da scelte concrete, visibili, talvolta impopolari. E allora quelle barriere finiscono per rappresentare qualcosa che va oltre la loro funzione immediata, diventano il punto in cui una comunità decide se limitarsi a osservare o iniziare davvero a prendersi cura, anche quando questo significa cambiare il paesaggio; anche quando significa non poter più distogliere lo sguardo.

patrizio gabetti