Dal 16 al 22 marzo 2026, la Galleria d'Arte di San Grato in via de Tillier ad Aosta ha accolto 3 Visioni, una mostra che ha trasformato il bianco e nero in una lingua viva, capace di evocare odori, rumori, silenzi e memorie. Tre amici dell’Associazione Artisti Valdostani hanno intrecciato i loro sguardi in un dialogo visivo fatto di narrazione, contrasto e poesia. Il pubblico, raccolto e attento, quasi “di nicchia”, si è mosso con lentezza tra le immagini, sostando a lungo, parlando con gli autori, lasciandosi attraversare dalle storie. A corollario delle fotografie, video e articoli dedicati ai temi proposti hanno accompagnato i visitatori lungo il percorso, amplificando la profondità del racconto e trasformando la mostra in un’esperienza immersiva.
Le due narrazioni principali, quelle di Roberto Arcaro e Valter Cirillo, sono state costruite come veri racconti visivi; una sequenza partita dallo spazio, dal luogo, dall’ambiente, per poi avvicinarsi al gesto, alla materia, alla mano, fino a chiudersi con un dettaglio simbolico. Un modo di raccontare che non descriveva soltanto, ma guidava, avvolgeva, immergeva.
Photo Credts Roberto Arcaro
Nel racconto di Roberto Arcaro dedicato al remer veneziano Paolo Brandolisio, il visitatore entrava dapprima nella bottega (un luogo che sembrava respirare), per caso e passeggiando per le vie della città. Arcaro, che ha iniziato a fotografare ai tempi dell’analogico e ha attraversato l’evoluzione tecnologica fino a oggi, ha portato nelle sue immagini una sensibilità maturata tra acquerelli, scultura su legno e camera oscura. Le sue fotografie hanno restituito la poesia del mestiere del remer (l’artigiano che costruisce e restaura remi e forcole, cuore pulsante della navigazione veneziana) attraverso dettagli così curati da sembrare scolpiti nella luce.
Photo Credits Roberto Arcaro
Ci si poteva perdere tra gli attrezzi, nelle venature del legno e nel suo profumo, nei riflessi sospesi, come se ogni oggetto custodisse una storia. La sequenza si stringeva poi sulle mani del maestro Brandolisio, sulla lama che scivola, sulla fibra che cede, fino a chiudersi con un dettaglio scolpito: la realizzazione di una forcola che diventa simbolo di un sapere antico, fragile e ancora vivo e la sua vetrina chiusa al pubblico. Arcaro ama ricordare che “ogni mezzo espressivo è un modo per condividere ciò che mi abita dentro”, e questo si percepiva in ogni scatto.
Photo Credits Roberto Arcaro
Il percorso di Valter Cirillo, invece, ha portato il visitatore nel cuore del bosco di Serra San Bruno, tra i carbonai che lavorano all’alba. Cirillo, valdostano, appassionato di fotografia fin dall’età di 14 anni, cresciuto in camera oscura e poi nel mondo, viaggiatore instancabile, costruisce storie che nascono dalla curiosità e dal desiderio di capire. Le sue immagini iniziavano dal respiro del bosco. La nebbia che si mescola al fumo, la luce che fatica a farsi strada, il silenzio che precede il lavoro.
Photo Credits Valter Cirillo
Poi la sequenza si è avvicinata ai gesti, alle mani annerite, ai volti segnati. La poesia delle sue fotografie è stata capace di trasformare la fatica in immagine; un fumo che avvolgeva i corpi come un velo, una luce che accarezzava la pelle, un silenzio che diventava quasi udibile. Il dettaglio finale, un frammento di carbone, il rastrello, una mano, un viso stanco e affaticato ma fiero. Tutte foto capaci di rappresentare un sigillo di continuità, un promemoria di un mestiere che ancora oggi resiste, nonostante la società della produttività rapida. Cirillo ama dire che “ogni racconto fotografico nasce dalla curiosità”, e nelle sue immagini questa curiosità diventava poesia.
Photo Credits Valter Cirillo
A contrasto con queste due narrazioni dense di lavoro e tradizione, gli scatti di Riccardo Santin dedicati alle installazioni del Vittoriale dannunziano hanno introdotto un ritmo diverso, quasi sospeso. Santin, che racconta come la fotografia lo accompagni fin dalla gioventù, “Fotografo un dettaglio, una luce, un silenzio. La mia fotocamera non è uno strumento ma un ponte tra ciò che vedo e ciò che sento. Ogni scatto è un pezzo di me”, ha offerto un contrappunto poetico che spezzava e al tempo stesso armonizzava le due storie.
Photo Credits Riccardo Santin
Le sue immagini hanno catturato la vegetazione come apparizioni. Scorci di monumenti, superfici, ombre che dialogano con la natura e con la memoria dannunziana. Non storytelling, ma visione.
Photo Credits Riccardo Santin
Alla fine del percorso, ciò che è rimasto non è stata solo la bellezza delle immagini, ma la consapevolezza che il bianco e nero, quando è autentico, non è nostalgia ma rivelazione. È la possibilità di vedere ciò che spesso passa inosservato, la dignità dei mestieri che resistono. È la fatica che ancora oggi costruisce il mondo.
3 Visioni è stata tutto questo, ovvero un viaggio dentro tre modi di guardare, tre modi di sentire, tre modi di restituire il tempo. Una mostra che non si è limitata a essere vista, ma che è stata anche pienamente respirata e vissuta.
In basso la photogallery completa della mostra
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a.a.



