Ancora una volta, in Valle d’Aosta, un episodio marginale rischia di trasformarsi in un caso politico di dimensioni sproporzionate. È quanto sta accadendo dopo il 'fuorionda' registrato ieri all’Università della Valle d’Aosta prima dell’inizio del dibattito sul referendum sulla Giustizia: pochi scambi di battute tra il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra e il costituzionalista Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No immediatamente finiti al centro della polemica politica.
A sollevare la questione è stata la capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra-Avs in Consiglio Valle, Chiara Minelli, che ha parlato di un dialogo “inaccettabile” perché collegato al ricorso di Avs sul possibile quarto mandato del presidente della Giunta, Renzo Testolin. Ma se si guarda con attenzione a ciò che è realmente accaduto — e soprattutto a ciò che non è accaduto — la vicenda appare molto meno clamorosa di quanto venga raccontato.
Prima di tutto il contesto. I due relatori erano seduti allo stesso tavolo pochi minuti prima dell’inizio di un incontro pubblico organizzato dall’Università, in una sala già aperta ai partecipanti. Non un colloquio riservato, non una riunione 'privata', ma uno scambio di alcune frasi in un contesto pubblico e informale, mentre l’evento stava per cominciare. Va anche ricordato che Grosso è sì apprezzato legale, ma quando un anno fa espresse un parere pro veritate sul quarto mandato di Testolin lo fece in veste di consulente, non di avvocato, così come non è minimamente coinvolto (in alcuna veste) nel ricorso pendente al tribunale ordinario di Aosta.
La ricostruzione della conversazione fornita oggi dal presidente del tribunale di Aosta è certamente aderente all'audio dello streaming; si è trattato di un dialogo generale, senza alcuna discussione e nemmeno allusioni sul merito della causa né sugli atti processuali. Lo stesso Marra ha spiegato di aver letto soltanto l’atto introduttivo del ricorso e di non aver affrontato il contenuto della questione. In altre parole, non si è parlato della causa, delle posizioni delle parti o delle possibili decisioni del tribunale.
Questo punto è tutt’altro che secondario; per parlare di violazione dei doveri di imparzialità o di un problema di terzietà del giudice dovrebbe emergere quantomeno un confronto sul merito della controversia o sugli atti processuali. Nulla di tutto questo appare dalle parole riportate; al contrario, si tratta di un riferimento molto generale a un tema giuridico noto e già ampiamente discusso nel dibattito pubblico.
Allo stesso modo, è difficile sostenere che sia stato violato un qualche segreto, essendo il ricorso sul quarto mandato un atto pubblico e il procedimento è ancora nella fase iniziale, tanto che la Regione non si è ancora costituita in giudizio. Non emergono nella 'chiacchierata' riferimenti a documenti riservati, né informazioni interne al fascicolo processuale. Parlare in questo caso di segreti violati (come ha fatto qualcuno in queste ore e che, va precisato, non è esponente di Avs), appare quindi del tutto fuori misura.
In ambienti giuridici, peraltro, non è affatto insolito che tra giuristi si faccia cenno a questioni di attualità istituzionale, soprattutto quando queste sono già al centro del dibattito politico e accademico. Da qui a sostenere che un magistrato abbia compromesso la propria imparzialità il passo è decisamente lungo.
Al netto della sensibilità della consigliera Minelli, i cui timori 'a caldo' sono giustificati dall'essere parte in causa, colpisce piuttosto la rapidità con cui l’episodio è stato trasformato, da più versanti, in una polemica politica. In poche ore un fuorionda - peraltro rimosso dal sito dell’Università - è diventato l’ennesimo terreno di scontro nel clima già acceso della campagna referendaria sulla Giustizia.
Non è difficile cogliere il contesto più ampio; il referendum è ormai entrato nel vivo e ogni episodio viene inevitabilmente letto attraverso la lente della contrapposizione tra sostenitori del Sì e del No. In questo caso la vicenda è stata subito strumentalizzata per alimentare sospetti sulla neutralità della magistratura, un tema che da tempo rappresenta uno dei cardini della retorica referendaria.
La realtà dei fatti, almeno per quanto emerge dalle ricostruzioni disponibili, racconta qualcosa di molto più semplice, ovvero un breve scambio informale, privo di contenuti decisivi, trasformato in un 'affaire'. È una dinamica sempre più frequente, nel dibattito pubblico contemporaneo, quella di isolare una o più frasi, amplificarle, costruirci attorno una narrazione e utilizzarla come arma nella contesa politica. Il rischio, però, è quello di alimentare una sfiducia generalizzata nelle istituzioni sulla base di episodi che, a ben vedere, hanno dimensioni ben più modeste.
Se davvero si vuole difendere la credibilità della Giustizia - obiettivo che dovrebbe essere comune a tutti, indipendentemente dalle posizioni sul referendum - sarebbe forse utile evitare di gridare allo scandalo a ogni occasione. In questo caso, più che una questione istituzionale, sembra esserci soprattutto un problema di proporzioni e forse sarebbe opportuno ricordarlo e farne esempio, prima di trasformare ogni fuorionda o dialogo captato accidentalmente in un 'caso' politico.


patrizio gabetti



