Per l’allevatrice, l’animale sarebbe stato spaventato dalla presenza del predatore, avrebbe corso all’interno dell’area “sicura” e la recente ferita chirurgica non avrebbe retto alla pressione, provocando un’emorragia fatale nel giro di poche ore. "È evidente dalle tracce trovate", scrive Ricella, collegando l’episodio alle segnalazioni di un lupo vagante nella zona e al ritrovamento di resti di selvatici nei pressi dei recinti.
Diversa la conclusione degli agenti forestali intervenuti per il sopralluogo. Il verdetto ufficiale è stato di “non predazione”. Secondo quanto riferito dalla stessa allevatrice, il corpo dell’asino non presentava morsi o segni compatibili con un attacco da parte di un lupo o di altro grande carnivoro. In assenza di lesioni tipiche – in particolare morsi su collo, garrese o arti posteriori – il caso è stato archiviato come non riconducibile all'attacco di uno o più lupi.
Per un’autopsia approfondita sarebbe stata proposta una procedura a carico della proprietaria, con costi che la stessa definisce “esorbitanti” e non sostenibili. Senza esame necroscopico completo, resta dunque accertato un solo elemento: non risultano segni diretti di attacco da lupo.
La vicenda mette in luce una frattura interpretativa netta. Per l’allevatrice, la sequenza degli eventi, le tracce e il contesto territoriale rendono plausibile la presenza del lupo come causa indiretta della morte, attraverso stress e fuga con riapertura della ferita post-operatoria. Per la Forestale, in assenza di evidenze oggettive sul corpo dell’animale, non vi sono elementi per classificare il caso come predazione.
La differenza non è solo semantica. Nel sistema di indennizzi e nelle procedure ufficiali, la qualifica di “predazione” comporta conseguenze precise, mentre una morte non attribuita a fauna selvatica resta a carico dell’allevatore.
In Valle d’Aosta il ritorno stabile del lupo negli ultimi anni ha riacceso il confronto tra tutela della fauna selvatica e sicurezza degli allevamenti. Segnalazioni, avvistamenti e ritrovamenti di resti di ungulati alimentano la percezione di una pressione crescente. Parallelamente, i protocolli di accertamento richiedono riscontri tecnici rigorosi: segni di morso, dinamica dell’evento, analisi delle carcasse. In mancanza di questi elementi, la classificazione ufficiale resta negativa.
Nel post, Ricella racconta anche di aver ricevuto un messaggio critico dalla persona che le aveva affidato l’asino sequestrato, parole che si aggiungono allo shock per la perdita. L’allevatrice rivendica di aver fatto molti sacrifici per garantire all’animale una nuova vita e lancia un appello agli altri allevatori a non nascondere gli eventi e a unirsi per migliorare la situazione.