Economia | 29 novembre 2025, 07:00

Internet, la libertà che muore in silenzio, 15 anni di arretramento e nessuno si salva

Quindici anni di arretramento e nessuno si salva

Internet, la libertà che muore in silenzio, 15 anni di arretramento e nessuno si salva

La rete, nata come promessa di emancipazione e di connessione universale, sta diventando sempre più un terreno di controllo e repressione, e il nuovo rapporto Freedom on the Net 2025 di Freedom House lo conferma con dati che non lasciano spazio a dubbi.

Per il quindicesimo anno consecutivo la libertà su Internet cala a livello globale, non è più un problema confinato ai regimi autoritari ma riguarda ormai anche le democrazie consolidate, dagli Stati Uniti alla Germania fino ai Paesi Bassi, mentre in Europa solo Islanda ed Estonia mantengono livelli altissimi e la Francia resta su valori elevati ma più distanti, e l’Italia, pur rimanendo nel gruppo dei Paesi “liberi”, registra un lieve calo passando da 75 a 74 punti su 100. Su 72 Paesi analizzati, 27 hanno peggiorato la propria situazione nell’ultimo anno e solo 17 hanno registrato miglioramenti, segno che la rete è sempre più manipolata, sorvegliata e sottoposta a pressioni politiche, e colpisce soprattutto il dato sui Paesi classificati come “liberi”, metà dei quali ha visto arretramenti significativi.

La Georgia è il caso più eclatante, con una legge che obbliga ONG e media online finanziati dall’estero a registrarsi presso il governo, accompagnata da perquisizioni e sanzioni fino a 45 giorni di carcere per insulti a funzionari pubblici, mentre in Germania dopo le elezioni è aumentato il ricorso a procedimenti penali contro chi diffonde meme o contenuti offensivi verso politici e cresce l’autocensura alimentata dalle intimidazioni dell’estrema destra e dalle tensioni legate a Israele, antisemitismo e islamofobia, con un punteggio che si ferma a 74 come l’Italia, e negli Stati Uniti, scesi a 73 punti.

Il calo è attribuito a un clima politico più teso, con l’amministrazione Trump che ha ordinato detenzioni temporanee di cittadini stranieri per attività online non violente e promosso indagini politicizzate contro ONG, media e aziende tecnologiche, raffreddando l’attivismo digitale. A livello globale il peggior crollo riguarda il Kenya, dove il governo ha risposto alle proteste del giugno 2024 con blackout di sette ore, arresti di massa e sparizioni forzate, mentre in Venezuela il regime Maduro ha oscurato social media, giornali e piattaforme di comunicazione durante le elezioni presidenziali, e Cina e Myanmar restano i Paesi meno liberi al mondo con appena 9 punti su 100, la prima rafforzando ulteriormente il filtraggio dei contenuti e la seconda mantenendo un controllo totale, mentre la Russia accelera l’isolamento digitale bloccando Signal, rallentando YouTube e limitando l’accesso ai siti sicuri. In Europa il quadro è sfaccettato: Islanda con 94 punti ed Estonia con 91 guidano la classifica, seguite da Paesi Bassi con 84 e Francia con 76, mentre Regno Unito e Germania si fermano a 74 insieme all’Italia, e Ungheria con 69, Serbia con 67 e Turchia con 31 chiudono la graduatoria.

Alcuni miglioramenti si registrano in Paesi “parzialmente liberi” o “non liberi”, come Etiopia e Kazakistan che hanno ridotto i blackout e diversificato le telecomunicazioni, Angola e Zimbabwe che hanno limitato la manipolazione governativa dell’informazione online, e Marocco, Filippine e Uzbekistan che hanno ampliato l’accesso a Internet grazie a servizi più diffusi e costi più bassi. Ma il tema dominante resta la manipolazione dello spazio informativo, l’indicatore che negli ultimi quindici anni ha subito il declino più costante, con tecniche sempre più sofisticate che includono l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale per creare contenuti ingannevoli, reti di commentatori che si fingono utenti comuni, siti “clone” di testate affidabili e influencer che diffondono messaggi politici senza trasparenza.

Sul fronte tecnologico il futuro dipenderà da come i governi regoleranno lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, della connettività satellitare e dei sistemi di verifica dell’identità online, con procedure obbligatorie di riconoscimento che minacciano direttamente l’anonimato, pilastro della libertà di espressione, mentre gli Stati Uniti hanno interrotto i finanziamenti ai programmi internazionali per la libertà digitale colpendo strumenti anticensura e reti di supporto a giornalisti e attivisti perseguitati, e la stessa Freedom House denuncia di essere stata coinvolta nei tagli avvertendo che la ritirata di Washington lascia un vuoto significativo.

In conclusione, il quindicesimo anno consecutivo di arretramento non è più un trend passeggero ma un segnale preoccupante che richiede una risposta coordinata tra governi democratici, società civile e settore privato, perché Internet, nato come spazio di emancipazione, rischia di diventare definitivamente un campo di battaglia dove la libertà muore in silenzio, e proprio per questo va ricordato che la rete non è soltanto un diritto da difendere ma anche una responsabilità da esercitare, perché l’abuso e il non-controllo possono diventare controproducenti soprattutto per i più giovani, esposti a manipolazioni e false narrazioni, e se la libertà digitale è un valore da proteggere, il diritto all’informazione vera e verificata deve restare il pilastro su cui costruire un futuro in cui Internet torni ad essere strumento di crescita e non di inganno.

red.laprimalinea.it