Ancor più dopo l'esito del Midterm statunitense, le urne israeliane restituiscono un Paese frammentato, nel quale nessuno dei due principali schieramenti dispone dei numeri necessari per governare e il risultato dei partiti arabi apre una questione politica decisiva; quale spazio può avere il loro consenso nella costruzione di una maggioranza? Ne parliamo con Chiara Thiébat, responsabile del corso di Geopolitica dei licei valdostani ed esperta di Medio Oriente.
Laprimalinea: Professoressa Thiébat, quale quadro emerge dalle ultime elezioni in Israele?
Chiara Thiébat: “Prima di lasciarci andare alla frenesia delle interpretazioni è bene guardare ai numeri. Il dato più evidente è la frammentazione della Knesset, il Parlamento israeliano, e l’estrema difficoltà di formare il prossimo governo. I risultati hanno assegnato 53 seggi al blocco dell’attuale premier Benjamin Netanyahu, con il Likud che rimane il primo partito del Paese, 48 al blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot e 19 ai partiti arabi, rappresentati dalla Lista unita e da Ra’am. Nessuno dei contendenti raggiunge quindi i 61 seggi sui 120 necessari per formare un governo”.
LPL: Quali sono i dati più significativi?
CT “Innanzitutto l’affluenza: ha votato il 78% degli elettori, il dato più alto degli ultimi cinquant’anni. L’altro elemento è il risultato storico dei partiti arabi, accompagnato da una partecipazione degli arabi israeliani vicina all’80%. Questo ha subito scatenato l’ira di Netanyahu, che ha lanciato accuse di ‘elezioni rubate’ e di interferenze del Qatar, che avrebbe finanziato la mobilitazione alle urne. Accuse cadute nel vuoto, visto che la stessa Commissione elettorale ha dichiarato alla Knesset che non avevano alcun fondamento”.
LPL: Sommando i seggi dell’opposizione guidata da Eisenkot e quelli dei partiti arabi si arriverebbe a 67, una maggioranza sufficiente per governare.
CT: “È proprio questo il nodo principale: Eisenkot si è sempre dichiarato contrario a una simile alleanza. Su questo punto non c’è differenza rispetto alle posizioni dell’attuale primo ministro: un’intesa di questo genere sarebbe vista come un tradimento dell’anima ebraica di Israele. All’interno del blocco che si oppone a Netanyahu si distingue soltanto Yair Golan, leader dei Democratici, che si è espresso a favore di una ‘maggioranza democratica’, nella quale ‘il voto arabo conta quanto quello ebraico’”.
LPL: Il voto dei cittadini arabi di Israele conta dunque meno di quello dei cittadini ebrei?
CT: “Formalmente il voto degli arabi israeliani, che costituiscono circa il 20% della popolazione, ha lo stesso valore di quello degli altri cittadini. Di fatto, però, la sua capacità di incidere viene limitata se si esclude in partenza la possibilità di un’alleanza trasversale, capace di costruire una maggioranza tra le formazioni arabe e gli altri partiti di opposizione a Netanyahu”.
LPL: Quali sono, a questo punto, gli scenari possibili?
CT: “I leader dovranno negoziare una coalizione e, per riuscirci, saranno necessariamente chiamati a compromessi che gli elettori potranno ritenere più o meno accettabili. Se tutti i tentativi fallissero, si dovrebbe tornare alle urne, molto probabilmente a gennaio, con l’attuale governo in carica per l’ordinaria amministrazione. Il rischio è che gli arabi israeliani, non vedendo riconosciuto un peso politico al proprio voto, questa volta decidano di disertare le urne”.
LPL: Quali questioni hanno portato così tante persone a votare?
CT: “Bisogna chiarire che la questione israelo-palestinese e la politica estera sono rimaste sullo sfondo. I temi fondamentali sono stati tre: le responsabilità del fallimento israeliano del 7 ottobre, l’economia e il costo della vita, infine la questione degli haredim, gli ebrei ultraortodossi esentati dalla leva militare. Sul 7 ottobre il Paese è diviso. Una parte accusa il governo uscente di aver ignorato i segnali d’allarme, che, secondo le recenti inchieste di Haaretz e The Atlantic, comprendevano avvertimenti dei servizi segreti di Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Chi sostiene Netanyahu rivendica invece i risultati dell’azione militare israeliana e si oppone alla creazione di una commissione d’inchiesta indipendente.
Sul fronte economico, Israele partiva da un quadro piuttosto solido prima del conflitto, ma il costo delle guerre combattute su più fronti è enorme: tra il 2023 e il 2026 si parla di circa 100 miliardi di euro. Le ripercussioni sull’economia reale si avvertono, in particolare nell’aumento dei prezzi degli alimenti, che colpisce soprattutto le fasce meno abbienti”.
LPL: Accennava alla questione degli haredim, meno conosciuta al di fuori di Israele.
CT: “È una questione interna vissuta dalla popolazione come fondamentale. Gli haredim sono gli ebrei ultraortodossi che dedicano la propria vita allo studio della Torah e beneficiano dell’esenzione dal servizio militare. In una situazione di guerra intensa e prolungata, però, l’esercito è sottoposto a una forte pressione e si avverte la necessità di alleggerire il carico dei riservisti. Per questo la Corte suprema si è espressa a favore del reclutamento anche degli haredim. Una decisione che ha provocato fortissimi attriti nella coalizione di governo, della quale facevano parte formazioni religiose da sempre schierate a difesa delle loro esenzioni”.
LPL: Che cosa ha spinto, invece, gli arabi israeliani alle urne?
CT: “Anche in questo caso, diversamente da quanto si potrebbe pensare, la spinta principale non è stata la prospettiva di uno Stato palestinese, sulla quale sembra essere calato un rassegnato pessimismo. La comunità araba è particolarmente preoccupata per l’aumento della criminalità organizzata al proprio interno. Il problema è esploso da quando il ministro della Sicurezza nazionale, l’esponente di estrema destra Itamar Ben-Gvir, responsabile politico della polizia, ha deciso di tagliare buona parte dei finanziamenti destinati a contrastare il fenomeno.
I tre principali partiti arabi hanno scelto di riunirsi in una lista unica per garantire maggiore rappresentanza alla comunità nella Knesset e sono stati premiati dagli elettori. Resta però aperta la questione politica di fondo: il blocco contrario a Netanyahu non appare propenso ad allearsi con loro”.
LPL: Passiamo agli Stati Uniti: quali conseguenze può avere la sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato per Israele e il Medio Oriente?
CT: “A differenza del risultato di Netanyahu, la sconfitta di Trump è netta, tanto che i commentatori parlano già di ‘tsunami blu’ per descrivere la vittoria dei Democratici alla Camera e al Senato. L’alleanza tra Stati Uniti e Israele non è in discussione e non credo lo sarà neppure in caso di una vittoria democratica alle future presidenziali. Certamente dovrà essere rimodulata. In molti temevano che Netanyahu, in caso di vittoria, avrebbe sollecitato l’alleato Trump ad attaccare l’Iran, ma il risultato delle elezioni di metà mandato modifica sensibilmente gli equilibri. Senza dimenticare che anche per gli Stati Uniti i costi della guerra sono stati elevatissimi: il Pentagono ha comunicato al Congresso una spesa superiore ai 47 miliardi di dollari”.
LPL: Una situazione complessa, nella quale è difficile intravedere una via d’uscita.
CT: “L’ultima volta che ho visitato Israele e i territori palestinesi era il 2019. La situazione non era ancora tesa come negli ultimi anni, ma si avvertiva già una diffusa rassegnazione. Soprattutto, era evidente quanto le diverse comunità si ignorassero, sempre più rinchiuse in se stesse.
Credo che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, abbia descritto con grande chiarezza questa condizione in un suo recente intervento: ‘La popolazione è sempre più frammentata in enclavi diverse, sia quella israeliana che quella palestinese. Tra israeliani e palestinesi non si parla più. C’è un senso di perdita, di disorientamento generale, e l’unico criterio che sembra emergere qui, in maniera molto chiara, è che a decidere sia la forza’”.


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