Cronaca | 19 ottobre 2026, 10:06

I ragazzi dei saccheggi, figli non riconosciuti della società che la piazza contesta

I ragazzi dei saccheggi, figli non riconosciuti della società che la piazza contesta

Ragionando 'a freddo' su quanto sta accadendo in questi giorni a Milano, a Torino e a Bologna emerge una contraddizione, nelle immagini dei ragazzi che approfittano delle manifestazioni per sfondare vetrine e portarsi via vestiti e cellulari, che merita di essere osservata ben oltre il tempo di una facile e trasversale ndignazione. Mentre una piazza denuncia le ingiustizie della società dei consumi, qualcuno si infila nelle sue crepe per impadronirsi proprio degli oggetti che quella società ha trasformato nella misura del successo, dell’appartenenza e persino della dignità personale.

Le cronache dei saccheggi e degli scontri di questi giorni restituiscono una presenza di giovanissimi, tra cui molti minorenni, accanto a manifestazioni nate pacificamente contro le guerre e il carovita; questo intreccio impone di distinguere le responsabilità, perché essere nella stessa strada non significa condividere intenzioni, comportamenti e obiettivi. Il tentativo politico di far coincidere l’intera protesta con le sue componenti violente, facendo scomparire dal dibattito le ragioni di chi manifesta, è un rischio reale. È un rischio che non richiede di attribuire ogni scontro a una provocazione organizzata, né di trasformare una percentuale polemica in un dato statistico; basta osservare quanto facilmente una vetrina infranta possa occupare tutto lo spazio del racconto, lasciando fuori le domande di migliaia di persone rispetto a violenze ben più gravi e pressanti, commesse da chi detiene il potere globale.

Difendere queste domande significa anche riconoscere che chi saccheggia un negozio non le rappresenta, anzi danneggia chi lavora e offre un argomento a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di ordine pubblico. Rubare un telefono durante un corteo resta un furto, anche quando avviene dentro una giornata attraversata da rivendicazioni giuste, però fermarsi a questo mero dato da codice penale significa descrivere il reato senza interrogarsi sul terreno nel quale può essere maturato. Da anni una parte consistente della comunicazione commerciale e dei modelli di successo propone ai ragazzi un messaggio insistente, ovvero conti nel mondo per quello che possiedi, per quello che indossi, per ciò che puoi mostrare. Il telefono diventa un lasciapassare sociale, un marchio di abbigliamento una certificazione di valore, la disponibilità economica una qualità personale, mentre il lavoro necessario per raggiungere quei consumi appare spesso precario, malpagato o lontano.

In questa distanza tra desideri continuamente sollecitati e possibilità concretamente disponibili può crescere anche la tentazione di prendere con la forza ciò che viene presentato come indispensabile. Non possiamo sapere, guardando un filmato, quale storia familiare, quale reddito o quale motivazione abbia ciascuno dei ragazzi coinvolti e sarebbe ingiusto verso chi vive nella povertà suggerire che il disagio conduca inevitabilmente al furto. Possiamo però domandarci quale educazione collettiva produca una società che insegna a desiderare senza tregua e dedica molta meno attenzione a costruire strumenti, opportunità e valori con cui governare quel desiderio.

Chi sfonda una vetrina per una felpa firmata può essere profondamente interno alla cultura che la protesta contesta, fino al punto di accettarne la promessa più feroce, quella per cui bisogna possedere quell’oggetto per sentirsi qualcuno, e chi riesce a prenderlo ha vinto. La prepotenza diventa allora una scorciatoia verso un riconoscimento imparato attraverso il consumo.

Qui si apre una responsabilità che riguarda anche i poteri economici e politici, senza bisogno di immaginare una regia unica che progetti l’ignoranza dei cittadini, perché le regìe possono essere tante e di colore diverso. Quando si considera il consumo una misura del benessere, si tollera l’impoverimento delle opportunità educative e si racconta la competizione come legge naturale di ogni rapporto umano, si contribuisce a rendere più fragile il legame tra desiderio, limite e responsabilità. Non basta poi affidare alla polizia il compito di affrontare tutte le conseguenze di quella fragilità.

Gli agenti hanno il dovere difficile di proteggere persone, negozi e manifestanti, spesso dentro situazioni confuse e pericolose e come qualunque altro lavoratore hanno diritto a tornare a casa incolumi. Il loro intervento deve però distinguere, per quanto possibile, chi aggredisce da chi esercita pacificamente un diritto; quando una carica di polizia coinvolge anche persone estranee alle violenze, accertare quanto è accaduto serve alla credibilità delle Istituzioni e alla tutela dello stesso lavoro di polizia.

La responsabilità individuale e quella politica possono essere riconosciute insieme; chi ruba deve risponderne, chi governa deve rispondere anche della qualità delle prospettive offerte ai giovani, della scuola, del lavoro, degli spazi nei quali imparare che il proprio valore non dipende da ciò che si riesce a comprare. Una vetrina infranta richiede giustizia per chi ne subisce il danno ma richiede anche una domanda rivolta a una società che espone continuamente la felicità in vendita: che cosa stiamo insegnando a chi cresce davanti a quella vetrina?

patrizio gabetti