Attualità | 21 settembre 2026, 20:33

La scuola è aperta a tutti, oltre le percentuali

La scuola è aperta a tutti, oltre le percentuali

L’integrazione non si realizza concentrando in una stessa classe un numero elevato di studenti che non conoscono l’italiano, perché senza una lingua comune diventa più complicato insegnare, apprendere e costruire relazioni tra ragazzi provenienti da esperienze diverse. Il principio evocato da Giorgia Meloni è, almeno in partenza, difficilmente contestabile; il problema nasce quando, per raggiungere questo obiettivo, si pensa di introdurre un tetto agli studenti stranieri determinato dalla loro cittadinanza o, peggio ancora, dalla loro origine familiare.

Al momento manca ancora il testo del provvedimento annunciato dalla Presidente del Consiglio, quindi ogni valutazione definitiva sarebbe prematura; ma già le parole utilizzate impongono di chiedersi che cosa significa, oggi, il termine 'studente straniero'. Può esserlo un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che parla perfettamente italiano e magari non ha mai vissuto nel Paese del quale conserva la cittadinanza; al contrario, può essere formalmente italiano un giovane nato nel nostro Paese, poi emigrato e tornato da poco dall’estero con una conoscenza ancora limitata della nostra lingua. Il passaporto non misura le competenze linguistiche, non certifica il livello d’integrazione e non descrive il percorso personale di uno studente.

Ancora più difficile sarebbe ricorrere al concetto di origine nazionale; fino a quale generazione dovrebbe essere considerato 'straniero' un ragazzo? Basterebbe avere un genitore nato all’estero? E come verrebbero classificati i cittadini italiani figli di famiglie emigrate? Una scuola pubblica non può trasformarsi nell’ufficio incaricato di ricostruire l’albero genealogico dei propri alunni.

Esiste poi un limite giuridico difficilmente aggirabile; la Costituzione stabilisce che la scuola è aperta a tutti e la normativa italiana riconosce ai minori stranieri il diritto all’istruzione alle stesse condizioni dei cittadini italiani, indipendentemente persino dalla regolarità del soggiorno. Un eventuale tetto, dunque, non potrebbe mai comportare il rifiuto dell’iscrizione; raggiunta la percentuale stabilita, lo Stato dovrebbe comunque trovare un posto al ragazzo in un’altra classe o in un altro istituto. Ed è qui che la proposta meloniana incontra la realtà, perchè nei piccoli comuni spesso esiste una sola scuola; in altri territori gli istituti vicini non hanno posti disponibili. Applicare rigidamente una percentuale potrebbe significare separare fratelli e sorelle, imporre spostamenti più lunghi o allontanare alcuni bambini dalla scuola del proprio quartiere soltanto perché non possiedono la cittadinanza italiana. Sarebbe una strana forma d’integrazione; per favorirla, si comincerebbe separando.

Non si tratta di negare il problema, una classe nella quale molti studenti non comprendono la lingua italiana può mettere in difficoltà gli insegnanti e rallentare il percorso didattico di tutti. Ignorarlo per timore di apparire discriminatori sarebbe sbagliato, ma la risposta dovrebbe essere costruita sul bisogno educativo concreto, non sulla nazionalità, e ciò comprende la valutazione delle competenze linguistiche, la distribuzione equilibrata degli alunni appena arrivati, dei corsi intensivi d’italiano, mediatori culturali e personale aggiuntivo.

Del resto, la scuola italiana conosce già da anni un’indicazione orientativa diretta a evitare classi con una presenza superiore al 30 per cento di studenti privi della cittadinanza italiana; non è però un limite assoluto e sono previste deroghe, proprio perché una regola matematica non può essere applicata allo stesso modo in una grande città, in un quartiere periferico e in un paese con un solo edificio scolastico.

L’integrazione è un obiettivo serio e proprio per questo non dovrebbe essere ridotta a una percentuale o a uno slogan. Evitare la formazione di classi-ghetto è giusto; considerare ogni studente straniero un problema, indipendentemente dalla sua storia e dalle sue competenze, non lo è. La scuola deve correggere le disuguaglianze, non registrarle all’ingresso dividendo i ragazzi sulla base del passaporto. Il criterio dovrebbe essere semplice, ovvero la lingua italiana deve essere appresa e rispettata come strumento comune, ma nessun bambino può essere considerato di troppo nella scuola del Paese in cui vive.

patrizio gabetti