Ci sono archivi che non custodiscono soltanto immagini, ma visioni del mondo. Quello di Mario Dondero appartiene a questa categoria rara; un luogo della memoria che continua a generare domande, a interrogare il presente, a restituire dignità ai volti incontrati lungo mezzo secolo di storia. Per questo la mostra 'Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano', in programma al Forte di Bard dal 24 luglio al 18 ottobre, non è soltanto un’esposizione ma anche un atto di riemersione. Un ritorno alla luce di fotografie mai viste, rimaste per decenni nell’ombra di un archivio sterminato e ora finalmente restituite al pubblico grazie al lavoro del curatore Claudio Composti.
Dondero amava ripetere che faceva il fotogiornalista perché credeva nella forza delle immagini come “strumento di verità, documento inoppugnabile laddove le parole non bastano”. In questa frase c’è già tutto: la sua etica, la sua poetica, la sua idea di fotografia come responsabilità civile. E c’è soprattutto la sua scelta di campo. Dondero non è stato soltanto un grande fotoreporter: è stato un partigiano dell’umano. Prima nella Val d’Ossola, giovanissimo, poi nella stampa politica del dopoguerra, da Lavoro Nuovo all’Avanti! e all’Unità, fino a diventare un fotografo del mondo, capace di attraversare continenti e conflitti con una bussola etica più che geografica. Il suo sguardo si posava su chi vive ai margini, su chi attraversa la storia senza scriverla, su chi ne subisce le conseguenze più che governarne le forme. Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, amici e intellettuali che ritrasse senza mai concedere nulla alla posa o all’eroismo.
L’archivio conservato dalla Fototeca Provinciale di Fermo ad Altidona è un universo ancora in parte inesplorato: centinaia di migliaia di negativi, diapositive, stampe vintage, accompagnate da oltre duecento quaderni di appunti. Molte delle fotografie scelte per la mostra recano sul retro annotazioni a penna o a matita, titoli, date, descrizioni rapide, segni di una scrittura che per Dondero era inseparabile dall’immagine. “I fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente”, annotava in uno dei suoi quaderni. Lui era l’eccezione: un fotografo che non smetteva mai di pensare per iscritto.
Composti ha organizzato questo materiale inedito in tre grandi sezioni. Memorie del presente raccoglie manifestazioni e movimenti collettivi, restituendo la dimensione politica della strada. Sguardi politici riunisce i protagonisti della storia del Novecento, osservati senza retorica. Verso il mondo è invece un omaggio alla quotidianità, ai gesti minimi, alle vite degli ultimi incontrati in ogni angolo del pianeta. Un percorso che attraversa decenni e geografie ma che conserva una linea coerente...la fotografia come scelta morale, come impossibilità di restare neutrali.
F.do M. Dondero - Vintage Trieste Il Varo - ©️ Archivio Mario Dondero
In un’epoca in cui la fotografia politica tendeva a costruire mitologie visive, Dondero compì un gesto controcorrente riportando i protagonisti alla loro dimensione umana. Dal celebre ritratto collettivo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alle Éditions de Minuit nel 1959 alla Grecia dei Colonnelli, dalla Spagna franchista ai movimenti di liberazione africana, dal muro di Berlino alla Russia post-sovietica, il suo sguardo non cedette mai al sensazionalismo.
F.do M. Dondero Vintage- il sarto di Baghdad - ©️ Archivio Mario Dondero
“La fotografia è un’arma formidabile nella ricerca della verità”, ripeteva, consapevole però che ogni arma può essere manipolata. Per questo sentiva il mestiere come una responsabilità.
Portare alla luce fotografie rimaste ai margini non significa semplicemente aggiungere nuove immagini alla storia di Dondero ma riattivarne il potenziale. Walter Benjamin ricordava che un’immagine non è mai soltanto ciò che mostra, ma ciò che accade quando viene guardata di nuovo in un altro tempo. L’archivio diventa così uno spazio critico, un luogo in cui le fotografie continuano a produrre senso, riaprendo il dialogo tra immagine, memoria e storia.
Il lavoro di riordino promosso dalla Fototeca Provinciale di Fermo, grazie al direttore Pacifico D’Ercoli e a Laura Strappa, ultima compagna di vita di Dondero, non è solo un intervento conservativo ma anche un passaggio decisivo che permette di collocare l’opera nel quadro della storia europea del fotogiornalismo politico.
F.do M. Dondero Vintage Reggio Emilia - ©️ Archivio Mario Dondero
“Mi auguro che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone”, scriveva Dondero. In questa frase c’è la sua intera poetica. In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo, i suoi inediti riaffermano la fotografia come tempo lento, come responsabilità, come esercizio critico.
L’archivio di un partigiano dell’umano che continua a parlare di uomini agli uomini.





red. laprimalinea.it



