La sentenza del Tribunale civile di Aosta sulla decadenza di Renzo Testolin da Presidente della Giunta per limite (tre) di mandati apre uno scenario istituzionale complesso ma tutt’altro che privo di riferimenti normativi. Il punto di partenza è chiaro, la pronuncia accerta l’ineleggibilità del Presidente per superamento del limite dei mandati previsto dalla legge regionale e determina una decadenza con effetti immediati, senza però travolgere e/o annullare gli atti amministrativi (le delibere e i provvedimenti dirigenziali, per intendersi) già adottati.
Si entra così in una fase transitoria che la stessa normativa delimita, fissando un termine entro il quale il Consiglio Valle è chiamato a ricostituire l’assetto di governo con l’elezione di un nuovo Presidente e di una nuova Giunta. C' sempre la possibilità di ricorso con richiesta di sospensiva da parte di Testolin, anche se pressoché tutti gli analisti giudicano questa circostanza assai azzardata.
Intanto, a poche ore dalla sentenza, l’Union Valdôtaine "prende atto della decisione del Tribunale di Aosta, nel rispetto delle istituzioni" e alla luce di questa situazione fa sapere che il Presidente del Mouvement ha convocato il Comité fédéral "per procedere a un’analisi approfondita e prendere le decisioni necessarie nell’interesse del Movimento e della Valle d’Aosta'
In questo quadro, la scelta di Testolin di rassegnare o meno le dimissioni incide più sul piano politico e della gestione della transizione che su quello strettamente giuridico. Se il Presidente decidesse di dimettersi, si aprirebbe una crisi formalmente ordinata, con la caduta della Giunta e l’avvio della procedura consiliare per l’elezione del nuovo vertice dell’esecutivo. Tuttavia, a differenza di quanto avviene in condizioni ordinarie, non opererebbe il meccanismo di supplenza del vicepresidente. Anche Luigi Bertschy, infatti, risulta nella medesima condizione di ineleggibilità per il superamento del limite dei mandati, con la conseguenza che verrebbe meno una linea di successione interna. In assenza di una figura legittimata a subentrare, la gestione dell’ordinaria amministrazione finirebbe per essere esercitata in forma collegiale e con margini necessariamente ristretti, mentre il Consiglio sarebbe chiamato ad accelerare i tempi per individuare una nuova maggioranza e un nuovo Presidente tra i consiglieri eleggibili.
Se invece Testolin non rassegnasse le dimissioni, la situazione non cambierebbe nella sostanza giuridica, perché la decadenza opera comunque. Cambierebbe però la qualità della fase transitoria, che rischierebbe di diventare più opaca e conflittuale. Il Presidente resterebbe infatti in carica solo formalmente, con poteri limitati agli affari correnti e con un’evidente esposizione al rischio di impugnazioni per gli atti che eccedessero tale ambito. In questo scenario, il sistema istituzionale si troverebbe a convivere con un vertice di fatto svuotato, mentre il termine per la ricostituzione degli organi continuerebbe a decorrere.
Il vero nodo, in entrambi i casi, è rappresentato dal tempo. La normativa regionale impone infatti una finestra precisa entro la quale il Consiglio deve esprimere un nuovo Presidente; se ciò non dovesse accadere, si aprirebbe la prospettiva dello scioglimento dell’assemblea e del ritorno alle urne. È qui che la crisi giuridica si salda con quella politica, ovvero l’assenza contemporanea di un Presidente e di un vicepresidente pienamente legittimati rende più fragile la gestione della transizione e aumenta la pressione sulle forze consiliari, chiamate a trovare rapidamente un punto di equilibrio.
In definitiva, la differenza tra dimissioni e mancata rinuncia all’incarico non incide sull’esito finale, che resta comunque vincolato all’elezione di un nuovo Presidente entro i termini di legge. Incide però sul modo in cui si attraversa questa fase: più lineare e politicamente leggibile nel primo caso, più incerto e potenzialmente conflittuale nel secondo.
In entrambi gli scenari, la Valle d’Aosta si trova di fronte a una crisi istituzionale piena, aggravata dall’assenza di una successione automatica e destinata a trovare soluzione solo nella capacità del Consiglio di ricostruire una maggioranza oppure, in mancanza, nel ricorso anticipato al voto.


patrizio gabetti



