Ricordare Schultz è ricordare un’epoca, un mondo che non c’è più; è ricordare un amico geniale, un grande artista, un sognatore coerentissimo con se stesso, sempre e fino alla fine. È morto a 70 anni il valdostano Giorgio Neyroz, per tutti semplicemente Schultz, nome che per decenni ha significato suoni, luci, notti lunghe e una certa idea – irripetibile – di festa e di libertà. Lascia la sorella Marisa, la nipote Greta con il papà Mimmo.
Ci lascia uno dei protagonisti più riconoscibili della scena valdostana legata alla musica, ai locali e alla sperimentazione visiva, un artigiano dell’atmosfera capace di trasformare una serata in un’esperienza. Ma anche e soprattutto un uomo generosissimo, leale, disponibile con tutti nel più ampio senso del termine e chi in vita lo tradì, peste lo colga.
Di professione (ma il termine è riduttivo, lui era un 'professionista' in tutto quello che faceva) croupier-capotavolo al Casino de la Vallée di St-Vincent, in pensione da una quindicina d'anni, lo Schultz artista che tanti hanno avuto la fortuna (talvolta immeritata) di conoscere non era solo un dj o un tecnico; era un creatore di mondi paralleli. Chi lo ha visto lavorare ricorda le sue regie luminose, le immagini proiettate, la cura quasi maniacale per il dettaglio, la capacità di leggere il pubblico e accompagnarlo in un viaggio sonoro ed emotivo. In anni - tra i '70 e i '90 - in cui tutto questo era ancora pionieristico, lui aveva già intuito quanto il linguaggio delle luci e dei suoni 'altri' potesse diventare parte integrante della narrazione musicale.
La sua figura si lega a una stagione precisa della Valle d’Aosta, quella dei locali da ballo, almeno una quarantina in tutta la regione, pieni di gente; delle sperimentazioni, delle collaborazioni tra musicisti, performer e artisti visivi. Una stagione in cui la notte non era soltanto intrattenimento, ma anche ricerca, incontro, identità. Schultz era lì, spesso dietro le quinte, ma in realtà al centro di tutto. La notizia della sua scomparsa ha iniziato a circolare in poche ore, rimbalzando sui social e riempiendo le bacheche di ricordi. Decine i messaggi di chi lo ha conosciuto, di chi ha lavorato con lui, di chi lo ha semplicemente incrociato durante una serata.
C’è chi lo definisce “un visionario”, chi parla di “un maestro delle emozioni”, chi ricorda “le notti infinite in consolle, quando bastava uno sguardo per capirsi”. Molti sottolineano la sua generosità, la disponibilità verso i più giovani, la capacità di fare squadra e di condividere conoscenze in un ambiente che spesso vive di individualismi.
Non mancano i ricordi personali: fotografie in bianco e nero, locandine ingiallite, video di serate che oggi hanno il sapore di un’altra epoca. “Con te se ne va un pezzo della nostra vita”, scrive un amico. “Hai illuminato la Valle quando ancora non sapevamo cosa fosse la luce giusta”, gli fa eco un altro. E poi i messaggi più semplici, ma forse più veri: “Ciao Schultz, fai ballare anche lassù”.
Il tratto che emerge con più forza è quello umano. Dietro al personaggio Schultz c’era un uomo capace di creare relazioni, di tenere insieme gruppi diversi, di essere punto di riferimento senza mai volerlo diventare ufficialmente; una presenza costante, discreta e allo stesso tempo inconfondibile.
Con la sua dipartita si chiude davvero un capitolo, non soltanto quello di una carriera lunga e originale, ma quello di un modo di vivere la musica e la notte che oggi appare lontano, davvero romantico; un tempo in cui la tecnologia era scoperta, non mera routine e in cui ogni serata poteva essere diversa dalla precedente.
Resta, fortissima, una sensazione condivisa da molti, quella per la quale ricordare Schultz significa ricordare chi eravamo. E, per una generazione intera, significa anche accendere ancora una volta quelle luci che lui aveva insegnato a guardare con occhi diversi, anzi ad 'ascoltare', con orecchie diverse.


patrizio gabetti



