Gesù, dopo aver proclamato le beatitudini che abbiamo incontrato domenica scorsa, si rivolge ai discepoli utilizzando due immagini: il sale e la luce. “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Nel nostro tempo pensiamo che il sale serva soltanto per insaporire i cibi ma in realtà all’epoca di Gesù aveva altre due funzioni: era usato come moneta per pagare le persone, è da qui deriva la parola salario e soprattutto era molto prezioso perché serviva per conservare gli alimenti. Gesù non si riferisce in particolare alla proprietà del sale di conferire sapore; infatti, la traduzione non è così corretta e rischia di essere fuorviante, essa andrebbe resa così: ma se il sale impazzisse?
Il problema è se il sale perdesse la proprietà di conservare. Il Maestro dunque invita i discepoli e noi a custodire le parole che Lui ha pronunciato nelle beatitudini e a farle diventare vita. In sostanza Gesù intende farci riflettere su questo: che cristiani siamo se non conserviamo e non viviamo il suo insegnamento? Certamente non possiamo mettere in pratica tutto il Vangelo però qualcosa va vissuto. Ognuno si chieda: di ciò che ha trasmesso Gesù in parole ed opere cosa sto cercando di vivere nel concreto? Allarghiamo lo sguardo oltre e domandiamoci tra le tante parole incontrate fin qui nel cammino dell’esistenza quali ho fatto davvero mie, quali sono fonte di ispirazione ancora oggi. Quali insegnamenti ed esempi che ho ricevuto da famigliari, parenti, amici, persone che ho incrociato sulla mia strada ho fatto miei? Questo ci ricorda che non ci costruiamo da soli ma ciò che siamo è frutto di tutte quelle persone e di quegli incontri positivi ma anche negativi che abbiamo fatto fin qui, sta a noi ogni tanto fermarci a pensare per domandarci cosa tenere e cosa no, cosa portare nel nostro bagaglio e cosa lasciare. Sulla scia di questo una riflessione sul sapore si può compiere comunque: quali insegnamenti ed esempi ricevuti hanno ancora oggi una valenza per me, un sapore, un senso? Quali sono le mie convinzioni ed idee nelle quali credo fermamente e che ancora oggi mi ispirano, mi influenzano e conferiscono gusto al mio agire? Tra queste vi è anche la fede in Dio? Infine approdiamo a questa riflessione: che sapore ha la mia vita oggi? Se avverto che è insipida significa che sto andando dietro a frivolezze e devo trovare o ritrovare ciò che davvero le dona senso, gusto e lucentezza. Ed ecco che arriviamo a queste parole di Gesù: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini”. Cosa sto trasmettendo agli altri? Cosa consegno e dono di me ai miei figli, al mio partner, ai nipoti, alle persone che frequento per lavoro o nel volontariato? È chiaro che se ho smarrito le luci della vita, che se non ho la cura e l’amore per conservare ciò che davvero è prezioso per me, per la mia felicità non avrò nulla da donare agli altri. Se vivo di frivolezze non avrò altro che da offrire frivolezze. Quali sono i punti luce che mi ispirano e mi guidano? Ricordiamoci che saranno questi che trasmetteremo a chi ci sta accanto. Ogni anno, agli inizi di dicembre, a Lione si svolge la festa delle luci durante la quale la città francese è animata da installazioni luminose di vario genere, nel 2011, l’artista inglese contemporaneo Paul Cocksedge (1978) ha realizzato l’opera intitolata Bourrasque, utilizzando dei fogli elettroluminescenti che davano la sensazione di prendere il volo. Sovente anche noi ci troviamo nella burrasca, nella confusione ed è l’occasione buona per farci quattro domande ben fatte e chiederci quali sono davvero quelle idee che hanno ancora un valore, una forza, quali sono le convinzioni che hanno la capacità di illuminarci la strada. Il rischio è di ascoltare sempre e solo noi stessi o di andare dietro alle mode passeggere del momento mentre abbiamo bisogno di guardarci attorno e riconoscere quali sono quelle parole ed esperienze di luce che la vita e Dio ci consegnano e che dobbiamo raccogliere, custodire e conservare per consentire loro di ispirarci, di guidarci e di influenzare positivamente quanti ci sono accanto.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.




don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it



