Nel linguaggio dell’astronomia, l’espressione “anno luce” è ampiamente utilizzata per indicare le immense distanze che separano stelle, pianeti e galassie. Nonostante il termine possa trarre in inganno, non si riferisce a un intervallo temporale, bensì a una misura di lunghezza: rappresenta infatti la distanza che la luce percorre nel vuoto in un anno terrestre.
Considerando che la velocità della luce è di circa 300.000 chilometri al secondo, in 365 giorni essa copre una distanza di circa 9.500 miliardi di chilometri. Questo valore, estremamente elevato, rende l’anno luce una scala utile per descrivere le dimensioni del cosmo, dove le unità convenzionali come il chilometro risultano del tutto insufficienti.
Per esigenze di precisione su distanze più contenute, gli scienziati ricorrono anche al secondo luce e al minuto luce, che indicano rispettivamente la distanza percorsa dalla luce in un secondo e in un minuto. Ad esempio, il Sole si trova a circa 8,33 minuti luce dalla Terra, mentre Plutone dista circa 5,4 ore luce.
La nostra galassia, la Via Lattea, ha un diametro stimato di circa 100.000 anni luce: un’astronave ipotetica, viaggiando alla velocità della luce, impiegherebbe un intero millennio per attraversarla.
Per misurare distanze ancora più vaste, gli astronomi utilizzano il parsec, un’unità di misura che equivale a circa 3,26 anni luce. Il parsec nasce da considerazioni geometriche legate alla parallasse stellare ed è particolarmente utile nelle osservazioni astrometriche.
In sintesi, l’anno luce e le sue varianti non sono strumenti di cronologia, ma chiavi di lettura indispensabili per orientarsi nell’immensità dello spazio.
Fonte: PassioneAstronomia


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