Religio et Fides | 01 novembre 2026, 06:03

Il viaggiatore, 1917 - Marc Chagall (1887-1985)

Lettura d'arte domenicale a cura di don Paolo Quattrone

Marc-Chagall-Il-viaggiatore-1917-grafite-e-acquerello-su-carta-381x487

Marc-Chagall-Il-viaggiatore-1917-grafite-e-acquerello-su-carta-381x487

​La solennità dei santi è un’occasione preziosa per volgere lo sguardo oltre il mondo materiale ed accorgerci che tutti possediamo un dono divino che in quanto tale dura per l’eternità, è l’anima! È bene prenderci cura della salute e dell’aspetto del corpo, anche se spesso rischiamo di dedicargli un’attenzione eccessiva, ma ricordiamoci che esso è limitato, è destinato a deperire e morire.

L’anima invece è la parte eterna di noi che dopo la morte prenderà forma e consistenza corporea. Prima domanda: so di possedere un’anima, una vita interiore oppure sono soltanto proteso ad occuparmi di quella esteriore? Trascurare l’anima è ignorare una parte preziosa di noi.

La solennità dei santi è anche un’occasione per ricordarci che tutti siamo chiamati alla santità, non è un’affermazione azzardata od arrogante. Aspirare ad essere santi non è rincorrere la celebrità e tantomeno la perfezione bensì tendere ad avere un’anima bella e questo lo si può realizzare seguendo la strada tracciata da Gesù per esempio con le beatitudini che troviamo nel brano di Vangelo dove per ben nove volte ripete questa parola: beati! Si può tradurre così: felici. Un’anima bella è felice non vuol dire spensierata e senza problemi ma in salute, che nonostante le difficoltà e le prove dell’esistenza mantiene un suo splendore e questo avviene se restiamo il più possibile fedeli al comandamento che Gesù ha delineato e che riassume tutti gli altri comprese le beatitudini: amare Dio e gli altri come noi stessi.

Questo è il cuore della santità, il segreto per avere un’anima bella e sana qui ora e nell’eternità, dunque ciò che saremo nell’aldilà non dipenderà dallo stato di salute del corpo ma dell’anima, sarà inferno se si è imbruttita e paradiso se ne abbiamo coltivato e valorizzato la bellezza. I santi si sono presi cura della loro vita interiore pur tra le difficoltà e le debolezze della condizione umana e questo innanzitutto restando sintonizzati con Dio, coltivando un’amicizia e una relazione con Lui che comporta a volte anche difficoltà, fatiche, dubbi, quanti di essi infatti hanno vissuto momenti di buio nella fede ma non hanno smesso di credere e di affidarsi comunque al Signore, non hanno camminato da soli contando soltanto su loro stessi ma si sono lasciati prendere per mano.

L’anima resta bella se resta a contatto con Dio che è bellezza assoluta. I santi poi sono coloro che hanno cercato di guardarsi così come Dio li guarda cioè con amore, riconoscendo le proprie potenzialità ed accettando i limiti ed imperfezioni, senza scoraggiarsi di fronte ai peccati e ai fallimenti ma fidandosi che Dio crede sempre in noi. Infine santo è chi nella vita è stato generativo e non sterile, chi si è donato agli altri, si è speso e non ha vissuto solo per se stesso/a. Tra le beatitudini c’è questa: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Il cuore nel mondo ebraico rappresenta il centro profondo della persona, potremmo dire proprio l’anima. Cuore puro è di chi ha conservato una certa limpidezza e ha riconosciuto, custodito, rispettato e valorizzato la bellezza che Dio ha posto in ciascuno. L’anima bella è un’anima che si allena tutti i giorni ad aprirsi al divino, al bene, al prossimo solo così saprà accogliere a braccia aperte la bellezza stupefacente ed inimmaginabile del paradiso!

Di recente ho visitato più volte una notevole mostra di Marc Chagall (1887-1985) che si è tenuta ad Aosta, si tratta di un artista che ha mantenuto e coltivato una bellezza interiore, aprendosi alla vita nonostante i drammi vissuti quali la persecuzione ebraica, la fuga dalla terra natia russa, la seconda guerra mondiale, la morte dell’amata moglie Bella. Nell’opera Il viaggiatore (1917): un uomo vestito di bianco e felice (forse evoca l’artista stesso) si libra nel cielo blu scavalcando alcune case che possono richiamare al passato di Chagall.

Un’anima bella non si piega al male, alla bruttura, alle proprie ferite ma cerca sempre di viaggiare aprendosi a Dio, al bello, al prossimo.

Concludo citando proprio un santo, Carlo Acutis: “la tristezza è lo sguardo solo su di sé, la gioia è lo sguardo su Dio e sugli altri”.

--------------------------------------------------------

Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica a un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

 Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica, ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui. Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare, senza ombra di dubbio, che tutta l’arte è sacra. È un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film, ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore. Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso, ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore. Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.

 

 

don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it