Per oltre trent’anni, prima come Caffè Aubert e poi come 101bar Cocktail&Music, è stato molto più di un indirizzo nel centro storico di Aosta. E' stato un luogo di incontro, di chiacchiere e di notti trascorse insieme, nel quale sono nati e morti amori; si sono incrociate generazioni, professioni e storie diverse. Ora quel locale modulato in un corridoio che sfocia in una saletta discreta e 'protettiva', in via Édouard Aubert, passerà a un imprenditore cinese e si prepara a una nuova stagione, con un altro nome e un’altra gestione.
Il cambiamento appartiene alle regole del libero mercato e al diritto di fare impresa, ma segna anche la conclusione di una storia che molti aostani ricordano come un pezzo irripetibile della vita cittadina, fatto di amicizie nate davanti al bancone, feste di compleanno (soprattutto quello del locale) sempre più partecipate e battute che, a distanza di decenni, continuano a strappare più di un sorriso.
Quella storia comincia nel 1989, quando il ragioniere Maurizio Cerva (nella foto), oggi 63enne, ma all’epoca dipendente pubblico, decide di lasciare il lavoro in Regione e di acquistare, insieme agli imprenditori Roberto Montrosset e Roberto Guglielminotti, i muri e la licenza di un anonimo bar di via Aubert. I tre lo ristrutturano e l’8 agosto 1990 lo inaugurano; nasce così il Bar Aubert. Quella data diventerà un appuntamento fisso, festeggiato ogni anno ininterrottamente per oltre vent’anni, con un numero crescente di persone, fino a trasformare il compleanno del locale in una ricorrenza attesa da una comunità che nel frattempo si era allargata.
Cerva gestirà l’Aubert dal 1991 al 2012, condividendo una parte del percorso con Roberto Pozzolini, dal 1994 al 1997 e con Ferdinando 'Nando' Di Meo, dal 1997 al 2006. Di Meo, volto conosciuto del commercio aostano, è morto nel 2019, a 58 anni, dopo una malattia. Negli stessi anni, dal 1991 al 2012, Cerva gestirà con lui anche la discoteca Bel Air di Gressan, oggi Ristoro Bel Air.
L’Aubert era, per l’epoca, un locale alternativo e trasversale, capace di accogliere persone molto diverse tra loro. Apriva alle sette del mattino e chiudeva alle tre di notte: poche ore per le pulizie, prima di ricominciare. Era il bar 'di tutti e per tutti', in cui operai, studenti, professionisti e commercianti potevano ritrovarsi nello stesso spazio, respirando un clima di libertà e di rispetto reciproco.
Nella prefazione a una nuova e prossima versione dei suoi ricordi (ma non sveliamo di più), oggi Cerva descrive il bar come un posto in cui a fare la differenza non erano soltanto gli arredi o l’offerta, ma soprattutto la clientela; persone che, una volta entrate, finivano per conoscersi, fermarsi a discutere e formare quei gruppi di amici che diventano parte dell’identità di un locale. E ricorda anche una curiosità, prima del bar quegli ambienti avevano ospitato una casa chiusa e forse dopo si è continuato a respirare quel clima sì, un pò trasgressivo, ma certamente libero e umanissimo.
Dopo la gestione di Cerva, dal 2012 al 2014 il locale è passato a un imprenditore aostano della ricettività e, dal 2014, all’imprenditore e deejay Marzio Pedrini, che gli ha dato il nome di 101bar Cocktail&Music, conservando però l’atmosfera e lo spirito dell’Aubert, così come la disposizione dei tavoli e del bancone.
Di quel mondo resta anche un libro diventato, nel tempo, difficile anzi quasi impossibile da trovare. Tutto era cominciato quasi per gioco, a Natale, quando Cerva aveva regalato ai clienti un piccolo opuscolo intitolato 'Grazie di esistere', nel quale aveva raccolto le battute, le imprecisioni e i proverbi involontariamente trasformati che aveva sentito pronunciare al bar.
L’idea piacque e Cerva continuò ad appuntare quelle frasi, raccogliendo anche quelle riferitegli da amici e conoscenti. Nel 1995 nacque così il libro 'Che bella coppia voi tre', un fine e scrosciante 'stupidario locale' che ottenne enorme successo, vendendo migliaia di copie il cui ricavato fu interamente destinato alla beneficenza.
Tra le pagine si incontrano perle come "È inutile piangere sul latte morto", "Questa è la scintilla che ha fatto traboccare il vaso" e "Non è tutto rosa quello che luccica". E ancora: "È stata una coltellata a ciel sereno" e l’immancabile "Can che abbaia non dorme". C’è chi, dopo un controllo dall’oculista, annuncia preoccupata, "purtroppo sono risultata fortemente lesbica" e chi, dopo una brutta influenza, spiega di essere ancora "molto delimitata". E poi le citazioni storpiate dei proverbi e dei modi di dire: "Parli del lupo e ne spunta il diavolo"; "Appena va via il gatto, i topi volano", "Non svegliare il can che abbaia"; "Questa è la goccia che ha fatto traboccare il naso"; "Non è tutto bianco quello che è neve"; "Hai messo la ciliegina sulla candela"; "Adesso abbiamo tanta carne su cui riflettere"; "Quello conta come l’ultimo uomo del carro"; "Sei la pietra nera della famiglia" e tante altre.
A ricordare quel periodo sono anche le gite nelle cantine, le feste della birra, le partite, le serate e le discussioni che proseguivano nei giorni successivi, spesso accompagnate da racconti sempre più fantasiosi. Erano anni senza social e, almeno all’inizio, senza telefoni cellulari diffusi: per incontrarsi ci si dava appuntamento al bar o, semplicemente, si passava di lì.
Oggi il locale si prepara a cambiare di nuovo. Per chi ha vissuto l’Aubert, resta il ricordo di un’insegna che per molti anni ha accompagnato la vita del centro di Aosta e delle persone che, tra un caffè e un bicchiere, l’hanno resa quello che era.


patrizio gabetti



