Facciamo un passo indietro e tentiamo di ricostruire la storia di questa festività che celebra la tutela del lavoratore, nonostante ai giorni nostri, in tutto il mondo, vi siano ancora gravi situazioni di sfruttamento, senza distinzione di razza, sesso ed età. A metà del 1800 i lavoratori non avevano diritti: turni di sedici ore, condizioni insalubri, salari minimi e incidenti mortali erano parte della quotidianità. Il primo “Primo Maggio” nasce ufficialmente a Parigi il 20 luglio 1889, quando il Congresso della Seconda Internazionale proclamò una grande manifestazione per chiedere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. La scelta della data non fu casuale: tre anni prima, nel 1886, a Chicago, lo sciopero generale per le otto ore era stato represso nel sangue. L’1 maggio 1886 milioni di lavoratori statunitensi incrociarono le braccia; la protesta durò tre giorni e culminò il 4 maggio nella tragedia di Haymarket, dove una bomba esplose durante un comizio e la polizia aprì il fuoco. Morirono undici persone e, nel processo che seguì, sette uomini furono condannati a morte nonostante prove insufficienti, come documentato dalla Chicago Historical Society e dallo Smithsonian (“The Haymarket Affair”, Smithsonian Magazine).
Nel 1887 il presidente Grover Cleveland decise di non adottare il Primo Maggio come festa nazionale per evitare che diventasse un tributo ai Martiri di Chicago, ma la notizia della tragedia si diffuse rapidamente in tutto il mondo. In Italia, già nel 1888, la solidarietà verso gli operai americani provocò proteste a Livorno contro le navi statunitensi. Nel 1890 la rivista La Rivendicazione di Forlì scriveva: «Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo». Nel 1919 la FIOM firmò con la Confederazione degli industriali l’accordo che sanciva la giornata di otto ore e la settimana di quarantotto, una conquista storica che segnò l’inizio di una nuova stagione di diritti.
Durante il ventennio fascista la festa fu soppressa e spostata al 21 aprile, “Natale di Roma”, ma nel 1946 tornò ufficialmente il Primo Maggio come giorno festivo nazionale. Nel 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, affinché anche il mondo cattolico potesse riconoscersi pienamente in questa ricorrenza. Da allora, il Primo Maggio è diventato un momento di memoria e di coscienza collettiva: una giornata che non celebra solo il passato, ma richiama alla responsabilità verso il presente.
Oggi, nel 2026, sono trascorsi 140 anni da quel primo sciopero del 1886, eppure il senso profondo della ricorrenza resta intatto. In molte parti del mondo persistono sfruttamento, lavoro minorile, discriminazioni salariali e condizioni insicure. Il Primo Maggio continua a ricordarci che la dignità del lavoro non è un’eredità garantita, ma un impegno quotidiano. È una data che attraversa il tempo e ci restituisce una verità semplice e potente perché i diritti conquistati possono vivere solo se vengono difesi, rinnovati e condivisi.


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