Al termine di una camera di consiglio durata poco più di un'ora, il collegio giudicante del tribunale di Aosta (presidente Marco Tornatore, giudici a latere Maurizio D'Abrusco e Giulia De Luca) ha condannato a 12 anni di carcere oltre alle pene accessorie e al risarcimento alla parte lesa un valdostano di 55 anni, accusato di violenza sessuale ripetuta nei confronti della figlia della sua ex compagna, oggi diciassettenne.
Il pubblico ministero Luca Ceccanti, al termine della requisitoria, aveva chiesto una condanna a 14 anni di reclusione. Secondo l’accusa (indagini dei carabinieri) l’uomo aveva conosciuto la bambina quando lei aveva appena 7 anni, in quanto figlia della sua nuova compagna, instaurando nel tempo un rapporto profondissimo e acquisendone la fiducia Per la minore era diventato un vero e proprio punto di riferimento, una figura paterna sostitutiva, l’'uomo di casa' che la proteggeva e le insegnava a crescere.
Un legame che, sempre secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe stato progressivamente manipolato fino a generare una condizione di sudditanza psicologica.
Il primo episodio di abusi risalirebbe all’estate del 2022, quando la ragazzina aveva solo 13 anni; un rapporto sessuale non completo consumato nella camera di albergo di una località di mare, dove la famiglia era in vacanza. La giovane, tuttavia, non raccontò nulla alla madre; una scelta dettata, secondo quanto emerso soprattutto da approfondite consulenze psicosanitarie, dalla paura di perdere quella figura maschile che in quel periodo rappresentava per lei un equilibrio affettivo fondamentale.
Nel 2023, stando alla ricostruzione dell'accusa, si sarebbe consumato il primo rapporto sessuale completo, seguito da ulteriori episodi, anche due a settimana. La Procura e l'avvocato Corinne Margueret, che assiste la madre della giovanissima vittima, parla anche di pratiche sessuali sempre più spinte, con tentativi di coinvolgere la ragazza in comportamenti definiti perversi ed estremi, anche mediante l’uso di sex toys.
Lo svelamento degli abusi avvenne nel gennaio 2025 in modo casuale. Un messaggio WhatsApp inviato dall’uomo alla giovane, dal contenuto sentimentale e nostalgico, fu letto dalla madre. In un primo momento la donna pensò che fosse rivolto a lei, ipotizzando un tentativo di riavvicinamento dopo la fine della relazione. Ma fu proprio questo episodio a spingere la ragazza a confessare.
Non riuscendo più a sostenere il peso della situazione, rivelò che quei messaggi erano destinati a lei e raccontò tutto. La madre si rivolse immediatamente ai carabinieri, formalizzando la querela.
Particolarmente rilevante, nel corso del processo, è stato l’incidente probatorio a cui fu sottoposta la ragazza che, nel ricostruire i fatti, non utilizzò espressioni accusatorie o cariche d’odio nei confronti dell’imputato. Un atteggiamento che, secondo gli inquirenti, non attenua la gravità dei fatti ma anzi evidenzia una condizione di forte soggezione psicologica. Una dinamica che gli esperti riconducono a meccanismi di difesa della psiche, messi in atto per proteggersi da un trauma profondo. L'avvocato aostano Tony Latini, che difende l'imputato (il quale si è sempre dichiarato innocente), aveva chiesto l'assoluzione e attenderà ora le motivazioni alla sentenza per presentare eventuale appello.


patrizio gabetti



