Attualità | 24 gennaio 2026, 11:54

Six seven, brain rot e genitori spaesati; crescere nell’epoca del linguaggio che scorre

Six seven, brain rot e genitori spaesati; crescere nell’epoca del linguaggio che scorre

“Six seven” è una di quelle espressioni che sembrano non voler dire niente e proprio per questo finiscono per dire moltissimo. Nasce da un brano rap, entra nei video su TikTok, passa nei commenti, nelle chat, nei vocali di due secondi, fino a diventare un codice condiviso.

A volte significa “così così”, altre è solo un suono, un intercalare, un modo per esserci senza esporsi davvero. Non conta il significato letterale, conta il riconoscimento e quindi se lo capisci, sei dentro; se lo usi, appartieni.

In questo universo rientra anche il cosiddetto brain rot tradotto letteralmente in “marciume cerebrale”, termine usato per descrivere quel flusso di contenuti ripetitivi, assurdi, spesso nonsense, che ti restano in testa e trasformano il feed in una specie di rumore ipnotico. Non è solo una parola, è un modo di stare online “a cervello spento”, tra meme, tormentoni, frasi scollegate, personaggi surreali creati con l’intelligenza artificiale.

Accanto a “six seven” e al brain rot, il vocabolario degli adolescenti si allarga ogni giorno: “sto nel chill” per dire che si è rilassati, “troppo cringe” per qualcosa di imbarazzante, “sigma” per indicare chi si percepisce come leader indipendente, “drippa” per un outfit stiloso, “flexare” per ostentare, “droppami la foto” per “mandamela”, “sono nel prime” per dire “sono al top”. È un linguaggio ibrido, pieno di inglesismi, influenze di strada, rimandi ai social e ai videogiochi, che cambia alla velocità con cui scorriamo il dito sullo schermo…ma tutto ciò non è solo moda… è un modo di costruire identità e appartenenza.

Non siamo davanti a un semplice impoverimento del linguaggio, ma a una sua trasformazione. Le parole non servono più solo a spiegare, ma a creare legami, a segnalare da che parte stai. Il senso non è tanto nel contenuto, quanto nella condivisione. Se riconosci il codice, fai parte del gruppo; se lo usi, dimostri di esserci. Il non-senso diventa uno spazio sicuro perché puoi partecipare senza raccontarti davvero, puoi stare nel flusso senza esporti troppo. Per molti ragazzi, soprattutto in un’età fragile, dire “niente” è un modo per dire “io ci sono, ma non so se me la sento di dirti come sto”.

Dietro l’ironia e l’assurdo, però, c’è anche stanchezza. Un mondo che chiede di essere sempre performanti, brillanti, visibili, giudicabili spinge a cercare rifugi leggeri come un tormentone ripetuto, un meme senza senso, un “six seven” buttato lì diventano una pausa, un modo per prendere fiato. Il rischio, se questo diventa l’unico registro, è che la pausa si trasformi in abitudine restando sempre un passo indietro rispetto a ciò che si prova davvero, schermati da un linguaggio che non chiede mai di andare a fondo.

E noi genitori? Chi è cresciuto dagli anni ’80 in poi si trova oggi a fare il genitore in un mondo che è cambiato troppe volte e troppo in fretta, dalle rivoluzioni politiche, sociali, tecnologiche, all’accelerazione continua di strumenti e linguaggi di cui spesso non si conoscono fino in fondo gli effetti. Ieri tra genitori e figli si litigava per avere lo zaino “Invicta” o per le scarpe “giuste” come status symbol; oggi lo status passa dal tempo sui social, dal numero di visualizzazioni, dalla capacità di stare dentro alle tendenze. E molti adulti si sentono sospesi. Temono di essere “vecchi” se mettono limiti, ma hanno paura di essere troppo permissivi se non ne mettono affatto.

Questa incertezza non è una colpa, è un dato di realtà. I genitori di oggi sono stati figli di un’altra epoca, con conflitti diversi, regole diverse, tempi più lenti. Ora si trovano a dover decidere quanto schermo è troppo, quanto controllo è invasivo, quanto “lasciar fare” è in realtà un abbandono. Non esiste una formula perfetta, e la famosa “via di mezzo” sembra sempre spostarsi un po’ più in là. Ma una cosa è chiara … limitarsi a inseguire le tendenze, cercando di parlare come i figli o di usare i loro meme, non basta e spesso non funziona.

Forse la chiave sta altrove… nella curiosità di informarsi, nel chiedere aiuto a chi studia questi fenomeni, nel farsi consigliare da esperti di educazione digitale, psicologi, pedagogisti, senza vergognarsi di sentirsi impreparati. Capire cosa significa brain rot, cosa c’è dietro un “six seven”, come funziona lo slang di oggi, non per giudicare ma per avere strumenti. E, allo stesso tempo, continuare a trasmettere i propri valori come il rispetto, il limite, il tempo per annoiarsi, la capacità di stare anche nel silenzio, non solo nel rumore dei feed.

Perché sì, l’uso continuo e non critico dei social ha un prezzo potenziale e cioè il rischio di abituarsi a non pensare, a reagire solo con riflessi automatici, a vivere in una perenne distrazione. È qui che torna, spesso citata la frase attribuita ad Albert Einstein: “Temo il giorno in cui la tecnologia supererà la nostra umanità: il mondo avrà una generazione di idioti”. Non è una condanna scritta, ma un monito. Forse vale la pena ascoltarlo, o almeno interrogarlo.

Ogni generazione ha avuto il suo linguaggio per marcare distanza. La differenza, oggi, è la potenza degli strumenti perché non si tratta più solo di parole dette al bar o in cortile, ma di un ecosistema digitale che accompagna i ragazzi per ore ogni giorno, li osserva, li profila, li spinge verso contenuti sempre più estremi o sempre più vuoti. È qui che la responsabilità degli adulti diventa decisiva.

Un approccio possibile, allora, potrebbe essere quello di non demonizzare i trend, non ridicolizzare lo slang, non bollare tutto come “scemenze”, ma usarli come porte d’ingresso per parlare e comprendere. E, parallelamente, avere il coraggio di mettere limiti chiari all’uso dei dispositivi, spiegando il perché, non solo imponendo il divieto.

E non è forse un caso se negli ultimi anni diversi Paesi hanno iniziato a introdurre limiti sempre più rigidi all’uso degli smartphone e dei social da parte dei minori. In Europa, la Svezia ha approvato una legge nazionale che vieta gli smartphone nelle scuole dai 7 ai 16 anni, mentre la Danimarca ha scelto una linea altrettanto severa, eliminando smartphone e tablet dalle classi. L’Italia sta andando nella stessa direzione con il divieto nelle scuole e con proposte che riguardano anche l’accesso ai social sotto i 15–16 anni.

Molti governi stanno iniziando a mettere dei limiti perché qualcosa, evidentemente, sta cambiando nel modo in cui i ragazzi vivono la tecnologia. E forse questo dovrebbe spingere anche noi adulti a informarci di più, a farci aiutare e a non avere paura di ammettere che, davanti a tutto questo, siamo ancora in cerca di una direzione. Perché crescere i figli non significa sapere tutto, ma essere disposti a capire, a chiedere aiuto, a non vergognarsi della propria incertezza. E forse, in fondo, è proprio da qui che può nascere un dialogo vero, capace di andare oltre i trend, oltre i meme, oltre quel “six seven” che sembra non voler dire niente e invece, a modo suo, dice moltissimo.

Forse la vera sfida non è tradurre ogni “six seven” o ogni meme, ma ascoltare quello che nascondono… la voglia di appartenenza, la paura di sbagliare, il bisogno di leggerezza in un mondo che pesa. Il linguaggio degli adolescenti oggi è diverso, sì, e continuerà a cambiare. Ma la domanda di fondo resta la stessa di sempre: chi mi vede davvero, oltre quello che scrivo, oltre quello che posto, oltre i trend che seguo? Su questo terreno, genitori e figli possono ancora incontrarsi, se accettano di parlarsi non solo con le parole di moda, ma con quelle che, magari, fanno un po’ più fatica a uscire.

a.a.