Per due domeniche abbiamo letto di Gesù che mette le autorità religiose di fronte alla loro ipocrisia e a una fede vuota di amore; di conseguenza, queste reagiscono e cercano di screditarlo e, per farlo, si alleano addirittura con gli erodiani, coloro che sostenevano Erode, un re fantoccio nominato dai Romani e, di conseguenza, non amato dagli Ebrei. Ora, però, entrambe le fazioni hanno un nemico comune e, di conseguenza, si uniscono per eliminarlo.
La trappola che tendono a Gesù è se pagare o meno il tributo a Roma, a cui erano soggetti uomini e donne dai 12 ai 65 anni. Se avesse risposto che era giusto farlo, potevano accusarlo di sostenere gli occupanti romani; se, invece, avesse detto di non pagare, era da considerare un ribelle pericoloso. Gesù, invece, li spiazza rispondendo così: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". Attenzione, non dice: "Date", bensì "Rendete", cioè "restituite"; invita le autorità religiose che lo stanno mettendo alla prova a riconsegnare il giusto posto a Dio, a rimettere al centro la relazione con Lui, che era stata scalzata innanzitutto dal rincorrere potere e privilegi e poi dal seguire norme, precetti e rituali in modo arido e fine a se stesso. Non è un problema che riguarda solo le guide spirituali di quel tempo, ma anche noi oggi, che rischiamo di sottrarre spazio a Dio e non solo a Lui.
Il dipinto "Scena di mercato con borseggiatore" (1630) è opera dell’artista francese Louise Moillon (1610-1696), che si distinse per la sua bravura nella scena artistica del tempo, tanto più essendo donna, inaugurando un nuovo genere: abbinare la natura morta con scene di vita quotidiana. Nel quadro in questione, un giovane è in procinto di derubare una donna che sta facendo la spesa al mercato. Da un lato la bellezza della frutta e delle verdure esposte sul banco e, dall’altro, la bruttura della quale a volte l’uomo è capace. Ricordiamoci che non si rubano soltanto oggetti e denaro, ma anche il tempo e lo spazio, e possiamo farlo nei confronti di Dio, di noi stessi e degli altri, trascurando così ciò che ci fa bene. Nei confronti di Dio accade ogni volta che mettiamo al primo posto i nostri ragionamenti, pensando di cavarcela da soli, credendo che affidarsi a Lui sia una perdita di tempo o un’ingenuità.
"Metti Dio al suo posto e tutto tornerà al suo posto": è una frase citata da diversi santi e maestri spirituali. A volte l’esistenza è un caos perché perdiamo di vista la fede e si tratta di restituire il giusto posto al Signore, trovando tempo per frequentarlo, per coinvolgerlo in ciò che viviamo, facciamo, progettiamo e pensiamo; e questo avviene pregando, ma sovente rimandiamo, procrastiniamo, con il rischio di farlo poco o mai. Il demonio sa che la preghiera ci fa bene e una delle tentazioni che ama suscitare è farci pensare: "Adesso non ho tempo, pregherò quando sono tranquillo/a". Individuiamo nella giornata il tempo per incontrarci con Dio: quello spazio è suo. Fermiamoci e poi ritorneremo a fare il resto con un altro spirito e slancio. Programmiamo, in base alla vita reale che svolgiamo, alcuni momenti per incontrarci con il Signore e rispettiamoli; non facciamoceli rubare perché ci fanno bene. Possiamo rubare tempo a noi stessi ogni qualvolta il lavoro occupa uno spazio spropositato senza darci limiti di orario, rischiando di sacrificare così il tempo libero, le persone, il sonno, la salute, tutte cose necessarie per un buon equilibrio; accade anche quando stiamo ore a contemplare tutto ciò che propina lo smartphone attraverso i social, mentre invece potremmo riposare o fare qualche attività davvero benefica per il corpo e la mente.
Spesso diciamo di essere di fretta, ma ci chiediamo mai quanto stiamo sul cellulare per poi ridurci a fare di corsa il resto? Infine, si può rubare tempo agli altri innanzitutto non ascoltandoli, ma dando retta solo a noi stessi; c’è il tempo che sottraiamo alle relazioni delle quali dovremmo occuparci perché ne siamo responsabili; i rapporti con le persone con le quali o per le quali lavoriamo, dedicare tempo al partner, ai figli, ai nipoti, alla famiglia.
Certe relazioni saltano perché non ci si dà la possibilità di ascoltarsi, di parlarsi e di mangiare insieme. Individuiamo il tempo per coltivare ciò che ci fa bene e vivremo meglio; troviamo il tempo per Dio, per il riposo, lo sport, il tempo libero, per dedicarci alle nostre responsabilità, alla famiglia e agli amici.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica a un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica, ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui. Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare, senza ombra di dubbio, che tutta l’arte è sacra. È un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film, ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore. Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso, ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore. Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






