Dopo che Gesù ha raccontato la parabola dei vignaioli omicidi, le autorità religiose capiscono, come ci viene riportato da Matteo alla fine del capitolo 21, che sta parlando di loro; perciò cercano di catturarlo per farlo fuori, ma devono rinunciarvi per paura della folla numerosa che lo considerava un profeta.
Gesù non demorde; anzi, racconta un’altra parabola, mettendo capi dei sacerdoti, anziani e farisei di fronte alla cruda realtà, e inventa un racconto sul Regno dei cieli, da non intendersi nell’ottica dell’aldilà, bensì come descrizione del rapporto che l’uomo dovrebbe intessere qui, sulla terra, con Dio.
Nella parabola è posto l’accento su coloro che si ritenevano gli invitati di diritto alla festa del re, ma non accettano di prendervi parte perché occupati in altre faccende. Il riferimento, chiaramente, è alle guide spirituali d’Israele e a coloro che si ritenevano praticanti, ma che non erano davvero disposti a entrare in relazione con Gesù e, di conseguenza, con Dio. Erano preoccupati di mantenere una religiosità di facciata, fatta solo di riti da compiere e di precetti da seguire, di privilegi da difendere, ma vuota di autentico rapporto con il Signore.
Il re allora manda i suoi servi ai crocicchi delle strade per invitare chiunque. In realtà, non si tratta di incroci: la traduzione più consona dal greco sarebbe «il punto finale di un territorio», cioè la periferia. Non vi sono più eletti, e non lo sono di certo scribi e farisei: la salvezza ormai appartiene a tutti ed è offerta a tutti, non solo al popolo ebraico. Gesù viene ad annunciare che l’amore divino non ha confini, perché intende prendersi cura di tutti.
Così come emerge dalla prima e dalla seconda lettura, sta però a noi accettare di entrare in relazione con il Signore. La fede consiste proprio nell’instaurare un rapporto con Lui, dedicargli del tempo, consentirgli di condividere la nostra vita.
Come avviene, in concreto, tutto questo? Come Dio si prende cura di noi? Ci aiuta il brano di Isaia, che evoca immagini molto significative: Dio ci invita a un banchetto, asciuga le lacrime ed elimina la morte. Anche il Salmo 22 descrive un Dio che si comporta con la stessa cura che il pastore ha per il suo gregge: conduce, guida, non abbandona mai, dona sicurezza e nutre. San Paolo, infine, nella seconda lettura ci ricorda che Dio è Colui sul quale possiamo sempre fare affidamento, perché è la nostra vera forza.
Ogni volta che sappiamo sostare in preghiera, ecco che consentiamo al Signore di prendersi cura di noi, di accoglierci così come siamo, nella situazione concreta in cui ci troviamo, offrendoci ciò di cui abbiamo bisogno: sostegno, consolazione, incoraggiamento, la capacità di essere spronati al bene, guida, ispirazione, perdono e speranza, anche di fronte al male e alla morte.
Che cosa deve scattare in noi affinché ci apriamo davvero alla relazione con Dio? Aver scoperto e sperimentato che intrattenerci con Lui ci fa bene, ci cambia, ci infonde fiducia. Così si accetta il suo invito, che ogni giorno ci rivolge per incontrarlo: non per paura, bensì spinti dalla gioia, dalla bellezza e dalla fiducia.
La sposa e lo sposo (1915-1916) è un’opera di Amedeo Modigliani (1884-1920), conservata ed esposta presso il MoMA di New York. Si tratta di uno dei pochi casi in cui l’artista ritrae più di una persona, poiché era solito concentrarsi su un unico volto.
I suoi personaggi si ispirano alle maschere africane, dalle quali era rimasto affascinato, ed esprimono il tentativo di arrivare a una pittura essenziale, fatta di forme pure e prive di ornamenti. Gli occhi sono privi di pupille, a evocare un’interiorità misteriosa ed enigmatica dell’uomo.
I due sposi ci rimandano alla parte conclusiva della parabola, che può destare qualche perplessità: il re scorge tra i commensali un uomo senza abito nuziale e per questo lo fa cacciare. Ciò simboleggia che non basta stare alla festa, ma bisogna lasciarsi coinvolgere, partecipare alla gioia del re, cioè entrare in sintonia con Dio, avere un rapporto sponsale con Lui, consentirgli di sposare la nostra vita e di farne parte.
Non basta credere in Dio, ma occorre mettersi in gioco con Lui, partecipando davvero all’amore, alla gioia, al sostegno e alla forza che dona a tutti.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica a un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica, ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui. Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare, senza ombra di dubbio, che tutta l’arte è sacra. È un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film, ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore. Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso, ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore. Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






