Politica - 10 ottobre 2026, 20:23

Guerra in Ucraina, sanzioni ed energia alla prova dei negoziati; intervista al geopolitico e studioso Yari Lepre Marrani

L'accerchiamento della Russia (fonte Limes)

L'accerchiamento della Russia (fonte Limes)

Le sanzioni alla Russia, il peso delle forniture energetiche e la tenuta del sostegno occidentale all’Ucraina sono al centro dell’intervista de Laprimalinea.it a Yari Lepre Marrani (foto sotto), scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Il dottor Marrani scrive su numerose testate mettendo a frutto le proprie competenze storico-giuridiche. Collabora con Il Pensiero Mazziniano, quadrimestrale dell’Associazione Mazziniana Italiana-AMI, con articoli e brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Nell’analisi che segue affronta il rapporto fra le aperture diplomatiche e l’andamento delle operazioni militari, le divergenze fra Stati Uniti ed Europa e le condizioni necessarie perché una tregua possa diventare una pace duratura. Il criterio che propone è quello degli impegni verificabili sul terreno, oltre gli annunci e le dichiarazioni politiche.

Laprimalinea.it – Donald Trump ha annunciato un'intesa con Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel russo, accompagnata da un allentamento delle restrizioni statunitensi. Washington motiva la decisione con la necessità di contenere i prezzi dell'energia; Kyiv teme invece che nuove entrate rafforzino la capacità bellica russa. Qual è il significato geopolitico di questa scelta? E, soprattutto, fino a che punto un'esenzione settoriale dalle sanzioni può incidere sull'equilibrio strategico della guerra?

Y.L. Marrani – L'intesa segnala una tensione strutturale nella politica occidentale verso la Russia: la contrapposizione fra l'obiettivo strategico di ridurre le risorse economiche di Mosca e l'esigenza immediata di proteggere consumatori e mercati energetici dalle oscillazioni dei prezzi.

Le sanzioni, infatti, non costituiscono un blocco uniforme, ma un insieme di restrizioni finanziarie, commerciali e tecnologiche. Una deroga sulle transazioni relative al diesel non equivale necessariamente alla revoca dell'intero regime sanzionatorio, ma può comunque generare entrate per operatori russi e ridurre l'effetto deterrente della pressione economica. L'impatto concreto dipenderà dall'entità delle forniture, dai beneficiari, dai pagamenti e dalla durata dell'autorizzazione.

Esiste poi un problema di credibilità. Se l'allentamento delle restrizioni non è subordinato a concessioni russe verificabili – per esempio, una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche – Mosca può interpretarlo come la dimostrazione che le necessità economiche occidentali prevalgono sulla coerenza della strategia di contenimento.

D'altra parte, Washington può considerare la flessibilità economica uno strumento negoziale, non necessariamente un abbandono dell'Ucraina. La questione decisiva è dunque se l'apertura commerciale produca una contropartita diplomatica misurabile oppure rimanga una concessione unilaterale. Senza condizioni verificabili, diventa più difficile dimostrare che l'allentamento delle sanzioni serva a ottenere la pace anziché a normalizzare rapporti economici mentre la guerra continua.

Laprimalinea.it – Il 10 ottobre, cinque bombe aeree guidate russe hanno colpito aree residenziali di Zaporižžja. Il bilancio delle vittime è aumentato nel corso della giornata: le autorità ucraine hanno inizialmente riferito dodici morti e successivamente hanno aggiornato il bilancio, mentre le operazioni di soccorso proseguivano. Zelensky ha collegato politicamente l'attacco all'allentamento delle sanzioni sul diesel. Quali conclusioni è legittimo trarre da questa coincidenza? E come si distingue, nell'analisi strategica, la responsabilità dell'attacco dalla sua eventuale funzione di messaggio politico?

Y.L. Marrani – Il primo elemento da considerare è la natura dell'obiettivo colpito e il costo umano dell'operazione. L'impiego di bombe guidate contro aree abitate, con vittime civili e danni agli edifici residenziali, impone di esaminare la scelta degli obiettivi, le precauzioni adottate e la proporzionalità dell'attacco. La qualificazione giuridica di un eventuale crimine di guerra richiede tuttavia elementi probatori specifici: il numero delle vittime, da solo, non basta a stabilirla. Sul piano politico, Zelensky ha presentato il bombardamento come una risposta simbolica alla decisione americana, sostenendo che un alleggerimento della pressione economica incoraggi il Cremlino a proseguire le operazioni militari. È una lettura comprensibile nel contesto del conflitto, ma non dimostra che l'attacco sia stato ordinato proprio per rispondere all'accordo. La sequenza temporale è un dato; il nesso causale richiederebbe ulteriori prove.

La dimensione strategica è comunque rilevante; gli attacchi contro centri urbani e infrastrutture possono perseguire più obiettivi contemporaneamente, esercitare pressione sulla popolazione, costringere l'avversario a disperdere le risorse della difesa aerea, logorare la capacità di resistenza e influenzare il clima politico in cui si svolgono i negoziati.

L'episodio mette quindi in evidenza un problema centrale; una distensione diplomatica dichiarata non coincide necessariamente con una riduzione della violenza sul campo. Per valutare se la politica americana stia contribuendo alla de-escalation bisognerà osservare indicatori concreti; frequenza e intensità degli attacchi, protezione dei civili, rispetto di eventuali tregue e disponibilità russa ad accettare meccanismi di verifica indipendenti.

Laprimalinea.it – Mentre la diplomazia cerca una via d'uscita, Russia e Ucraina continuano a colpirsi in profondità, prendendo di mira città, infrastrutture energetiche e impianti legati alla produzione e alla distribuzione di combustibili. Le forze terrestri, secondo le ricostruzioni giornalistiche, restano in una situazione di sostanziale stallo relativo. Quali sono oggi le variabili militari che possono modificare gli equilibri? E quale ruolo hanno gli attacchi ucraini contro le infrastrutture petrolifere russe nella strategia complessiva di Kyiv?

Y.L. Marrani – La guerra va interpretata come un conflitto multidominio nel quale la linea del fronte è soltanto una delle dimensioni decisive. Alla componente terrestre si affiancano la guerra aerea, gli attacchi con droni a lunga gittata, la difesa antiaerea, la capacità industriale e la competizione per le risorse economiche.

Per la Russia, la continuità delle operazioni dipende anche dalla capacità di sostenere produzione militare, logistica e approvvigionamenti. Per l'Ucraina, colpire raffinerie, depositi e terminali può significare ridurre temporaneamente la disponibilità di combustibili, aumentare i costi della distribuzione e mettere sotto pressione una fonte di entrate dello Stato russo. L'efficacia di questa strategia, tuttavia, non si misura soltanto attraverso il numero degli impianti danneggiati: occorre verificare la durata delle interruzioni, la possibilità di riparazione, la disponibilità di capacità alternative e le conseguenze sulle entrate effettive. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche possono inoltre produrre effetti contrari a quelli desiderati, soprattutto se inducono Mosca a intensificare i bombardamenti contro la rete elettrica e le città ucraine. Si genera così un ciclo di azione e reazione nel quale entrambi i contendenti cercano di trasferire all'avversario costi economici e sociali sempre più elevati.

Per capire se il conflitto stia entrando in una nuova fase occorrerà monitorare almeno quattro fattori: la disponibilità di munizioni e sistemi antiaerei, il ritmo di reclutamento e le perdite, la capacità di riparare infrastrutture e mezzi, nonché l'evoluzione territoriale del fronte.

La distinzione fondamentale è fra logoramento e svolta operativa; un attacco può produrre danni significativi senza modificare gli equilibri militari complessivi. Una svolta richiede invece effetti cumulativi, ovvero degradazione persistente delle capacità nemiche, perdita di posizioni difficilmente recuperabili oppure impossibilità di mantenere lo stesso ritmo operativo. In assenza di questi indicatori, è più rigoroso parlare di competizione per il logoramento che prevedere un'imminente vittoria di una delle parti.

Laprimalinea.it – L'accordo sul diesel è stato annunciato mentre rappresentanti americani, ucraini ed europei erano impegnati a Miami in colloqui sul futuro del conflitto. La decisione ha alimentato i timori di Kyiv che Washington possa privilegiare le proprie esigenze energetiche e negoziali. Al tempo stesso, gli Stati europei devono sostenere l'Ucraina senza compromettere la propria sicurezza e la stabilità economica. Siamo di fronte a una divergenza tattica oppure a una frattura strategica dell'Occidente? Quali conseguenze avrebbe un eventuale ridimensionamento del sostegno americano?

Y.L. Marrani – È opportuno distinguere tre livelli: gli obiettivi dichiarati, gli strumenti utilizzati e la disponibilità ad assumersi i costi del conflitto.

Stati Uniti ed Europa possono condividere l'obiettivo di impedire che la guerra si prolunghi indefinitamente e, allo stesso tempo, divergere sul metodo per raggiungerlo. Washington può privilegiare una negoziazione rapida, facendo leva su commercio, incentivi economici e pressione diplomatica; i governi europei possono attribuire maggiore peso alla continuità delle sanzioni e alla necessità di impedire che la forza militare produca vantaggi territoriali permanenti.

I colloqui di Miami hanno affrontato anche le garanzie di sicurezza, la protezione delle infrastrutture energetiche, la ripresa economica e le prospettive di ricostruzione. Sono temi che mostrano come un eventuale accordo non possa limitarsi alla cessazione delle ostilità: deve affrontare le condizioni che potrebbero determinare una nuova guerra.

Il punto più delicato riguarda la dipendenza ucraina da capacità statunitensi difficilmente sostituibili rapidamente, fra cui intelligence, logistica e alcuni sistemi militari. Un loro ridimensionamento potrebbe incidere sulla capacità di Kyiv di individuare le minacce, proteggere le città e sostenere le operazioni. L'Europa potrebbe compensare parte di queste carenze, ma non senza tempi, costi e limiti industriali. Una divergenza politica, però, non equivale automaticamente a una rottura dell'alleanza. Per parlare di frattura strategica bisognerebbe osservare cambiamenti durevoli nelle forniture militari, nei finanziamenti, nel coordinamento delle sanzioni e negli impegni di sicurezza.

Il rischio più serio sarebbe un sistema di incentivi contraddittori; da un lato, chiedere all'Ucraina di negoziare; dall'altro, ridurre le risorse necessarie a sostenere la sua posizione negoziale senza ottenere analoghe concessioni russe. In tal caso, la diplomazia potrebbe perdere credibilità proprio perché verrebbe percepita come uno strumento per imporre condizioni all'attore più dipendente dal sostegno esterno.

Laprimalinea.it – Con l'avvicinarsi dell'inverno, la protezione delle infrastrutture energetiche, le forniture militari, le sanzioni e le garanzie di sicurezza diventano elementi sempre più interconnessi. Trump punta a favorire una soluzione negoziata, ma l'intesa sul diesel non è stata accompagnata, almeno pubblicamente, da un impegno russo a fermare gli attacchi. Quali sono gli scenari concretamente plausibili nei prossimi mesi? E quali condizioni dovrebbero essere soddisfatte perché un cessate il fuoco non si trasformi semplicemente in una pausa utile a riorganizzare gli eserciti?

Y.L. Marrani – È possibile delineare tre scenari, senza attribuire loro probabilità precise che le informazioni attualmente disponibili non consentono di stabilire.

Il primo è la prosecuzione della guerra di logoramento; in questo caso, i negoziati continuerebbero senza un accordo politico sostanziale, mentre entrambe le parti cercherebbero di migliorare la propria posizione attraverso attacchi a distanza, pressione sulle infrastrutture e operazioni terrestri. L'inverno aumenterebbe il peso della difesa energetica e della protezione della popolazione civile.

Il secondo è una tregua limitata e verificabile, inizialmente circoscritta a obiettivi specifici: infrastrutture energetiche, navigazione commerciale o determinate aree operative. Sarebbe un risultato più circoscritto della pace, ma potrebbe ridurre i danni alla popolazione e creare un meccanismo per verificare il rispetto degli impegni. La sua efficacia dipenderebbe dalla presenza di procedure di monitoraggio, dalla chiarezza delle violazioni e da conseguenze concordate in caso di inosservanza.

Il terzo scenario è un accordo politico più ampio, che affronti le questioni territoriali, le garanzie di sicurezza, il futuro delle sanzioni, la ricostruzione e i rapporti fra Ucraina, Russia, Stati Uniti ed Europa. È il percorso più complesso, perché implica interessi strategici e obiettivi politici che restano profondamente divergenti.

Una tregua sostenibile richiederebbe almeno quattro elementi: condizioni esplicite, verifica indipendente, garanzie credibili contro la ripresa delle ostilità e un sistema di incentivi che colleghi eventuali benefici economici al rispetto degli impegni. Anche la questione territoriale dovrebbe essere affrontata con attenzione, senza confondere la cessazione dei combattimenti con il riconoscimento giuridico delle conquiste militari.

L'elemento decisivo sarà capire se Mosca e Kyiv considerino la negoziazione uno strumento per modificare reciprocamente le proprie aspettative strategiche oppure soltanto una fase temporanea del conflitto. La diplomazia può ridurre la violenza anche prima di risolvere tutte le controversie, ma una pace durevole richiede che nessuna delle parti ritenga la ripresa della guerra più vantaggiosa del rispetto dell'accordo. In definitiva, il banco di prova dei prossimi mesi non sarà il numero delle dichiarazioni diplomatiche né il semplice volume degli scambi commerciali. Sarà la capacità di trasformare le aperture politiche in impegni verificabili sul terreno.

 

 

Patrizio Gabetti

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