Editoriale - 08 ottobre 2026, 20:25

L’autonomia non si misura con il premio di maggioranza

L’autonomia non si misura con il premio di maggioranza

L’Autonomia valdostana merita qualcosa di più della rassicurazione che il suo collegio elettorale continuerà a esistere, nella consapevolezza che conservare un seggio e preservare la libertà politica di una comunità sono questioni collegate, ma non coincidenti. La nuova legge elettorale, facendo entrare anche i voti valdostani nei conteggi nazionali delle liste e del premio di maggioranza, modifica il rapporto tra queste due dimensioni e apre un problema che non può essere liquidato come il semplice riconoscimento di un diritto finora negato.

L’argomento utilizzato per celebrare questa novità è immediato, cioè il voto di un valdostano deve avere lo stesso valore di quello di qualsiasi altro cittadino italiano. Un principio condivisibile, che però non risolve la questione; l'uguaglianza dei diritti può trovare espressione in forme di rappresentanza differenti, capaci di riconoscere le caratteristiche dei territori. È precisamente su questo equilibrio che si fonda il senso di un’autonomia speciale.

Il collegio valdostano consente a una piccola comunità di scegliere una rappresentanza parlamentare legata alle proprie esigenze, alla propria storia e alla propria realtà linguistica e politica. Considerare questa specificità una partecipazione incompleta alla democrazia nazionale significa leggere l’autonomia come una limitazione da correggere, anziché come una forma di partecipazione da rispettare. Con il nuovo meccanismo, nella scelta dell’elettore entra un incentivo ulteriore, sostenere una forza nazionale può servire contemporaneamente a eleggere il rappresentante del territorio e a contribuire alla maggioranza che governerà il Paese. Per i Movimenti autonomisti si pone così una pressione politica evidente, quella di legarsi agli schieramenti nazionali oppure di spiegare perché una candidatura radicata in Valle conservi valore anche al di fuori di quella logica.

Non significa che gli elettori rinunceranno necessariamente alle forze autonomiste, né che queste siano destinate a perdere, significa però che cambia il terreno della competizione. Il richiamo al possibile Governo nazionale può pesare sulla scelta del rappresentante valdostano, favorendo chi dispone già di un partito, di una coalizione e di una candidatura alla guida dell’esecutivo su scala italiana; il collegio rimane, ma la sua funzione politica può essere progressivamente condizionata.

A rendere meno convincente questa operazione è la promessa di governabilità che la accompagna; il premio previsto dalla riforma dipende dal superamento della soglia del 42 per cento, è quindi un meccanismo subordinato al risultato elettorale, non una garanzia che dalle urne esca comunque una maggioranza. Se nessuno raggiunge la soglia, la costruzione di un Governo resta affidata agli equilibri parlamentari e agli accordi tra le forze politiche. La stabilità è un obiettivo legittimo, anzi ottimale ma proprio per questo dovrebbe essere perseguita attraverso regole capaci di tenere insieme l’efficacia del sistema e il rispetto delle autonomie, senza presentare la loro omologazione come un progresso inevitabile.

La Valle d’Aosta partecipa alla vita democratica italiana anche attraverso la possibilità di esprimere una voce propria; ridurre gli incentivi a esercitare questa libertà, in cambio di una governabilità che rimane condizionata, è una scelta politica discutibile e la permanenza del collegio uninominale, da sola, non basta a renderla rispettosa dell’Autonomia.

patrizio gabetti

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