Nell’ottobre del 1226, tra la terra e il legno della Porziuncola d’Assisi, si spegneva Giovanni di Pietro di Bernardone, il figlio di un ricco mercante che aveva scelto di spogliarsi di tutto per diventare semplicemente Francesco.
A distanza di esattamente otto secoli, il 2026 segna il culmine di un viaggio commemorativo iniziato nel 2023, che ha ripercorso le tappe più iconiche della sua vita; dalla visione rivoluzionaria del primo presepe a Greccio alle ferite profonde delle Stimmate alla Verna, fino alle note senza tempo del Cantico delle Creature. Quest’ultima solenne ricorrenza, incentrata sul "Transito", il suo passaggio spirituale oltre la vita , non si limita a un rituale di memoria religiosa, ma anima un grandioso programma di interventi culturali, restauri storici e percorsi sociali che coinvolgono l’Umbria, l’Italia e le istituzioni internazionali.
Al di là della devozione e dell'iconografia più stucchevole, la storia di Francesco d’Assisi è innanzitutto quella di uno strappo radicale con il proprio tempo. Nel cuore del XIII secolo, mentre l’Europa vedeva la nascita del primo capitalismo urbano e il trionfo della mercanzia, la sua scelta di vita rappresentò un'autentica contestazione sociale ed economica. Spogliarsi degli abiti di famiglia davanti al vescovo non fu un mero atto estetico o mistico, ma il netto rifiuto della logica di accumulazione e di potere dell’epoca. Francesco scelse di non arroccarsi nel silenzio protetto di un monastero medievale, scegliendo invece il ritmo vivo della strada, le periferie della società e il contatto diretto con gli ultimi. Una visione contromano che si rifletté anche nella cultura. Affidare il Cantico delle Creature al volgare umbro significò spezzare il monopolio del latino ecclesiastico per restituire la poesia e la filosofia alla gente comune. E quando nel 1219 attraversò i focolai della Quinta Crociata per parlare ad armi pari con il sultano al-Malik al-Kamil a Damietta, dimostrò che il confronto diretto poteva abbattere muri che la diplomazia delle spade non faceva che rafforzare.
Guardando alle fratture del nostro presente, l'eredità di Francesco parla un linguaggio di sconcertante attualità. La sua idea di natura, considerata non come un serbatoio di risorse da prosciugare né come un paesaggio ideale da osservare a distanza, ma come una trama viva in cui ogni elemento è 'fratello' o 'sorella', traccia la strada per un’ecologia autenticamente integrale. Allo stesso modo, la sua idea di povertà, intesa non come rassegnazione alla miseria, ma come rifiuto della proprietà avida e del possesso sterile, interroga da vicino la nostra gestione delle risorse e dei beni comuni. Perfino la sua prassi comunicativa, essenziale, priva di aggressività e orientata al disarmo verbale, resta una lezione preziosa di fronte alle polarizzazioni del dibattito contemporaneo.
L’ottavo centenario riconsegna così la figura di un costruttore di senso, capace di tradurre una visione ideale in una rivoluzione concreta della quotidianità. A sintesi di questa spinta pragmatica verso il cambiamento resta l’insegnamento a lui attribuito: "Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile". Un invito che valeva allora come vale, forse ancor di più, in questi drammatici tempi.




