"Questione di prospettiva", ha scritto Gilbert Turcotti sotto quattro bandiere arcobaleno disposte a formare una svastica, pubblicate sul suo stato WhatsApp nel giorno dell’Aosta Pride. Il contenuto è stato rimosso dopo poco tempo, ma lo screenshot è rimasto ed è finito su Gazzettamatin, suscitando stupore e soprattutto l'intensa protesta di Arcigay Valle d’Aosta.
Scagionandolo a priori - e a prescindere - dall'accusa di apologia di qualsivoglia ideologia nazi o neonazi, comunque non sappiamo quale fosse l’intenzione di Turcotti. Forse voleva rivolgere una critica (e che critica...) al Pride, forse provocare una discussione; il problema è che, quando si usano immagini così cariche di Storia e di tragicità, l’intenzione non controlla più il risultato. La svastica arriva prima di ogni possibile spiegazione; accostarla alla bandiera arcobaleno significa esporsi a una lettura dolorosa e offensiva, soprattutto per chi ricorda la persecuzione delle persone omosessuali e trans sotto l'orrore nazionalsocialista.
Conta anche il ruolo di chi pubblica; Turcotti è il segretario del vescovo di Aosta, il suo stato WhatsApp resta personale, come ha precisato oggi monsignor Franco Lovignana distinguendolo dalle posizioni ufficiali della Diocesi, ma un incarico così vicino al vescovo non si lascia semplicemente fuori dalla porta quando si comunica in pubblico. Chi guarda quell’immagine può associarla, a torto o a ragione, all’ambiente ecclesiastico di cui Turcotti è un rappresentante pubblicamente riconoscibile e così una provocazione personale rischia di trascinare nella polemica anche la Chiesa e i simboli che, probabilmente, chi l’ha diffusa vorrebbe difendere.
C’è poi un possibile ulteriore boomerang; se il senso del messaggio era stigmatizzare le persone omosessuali o il Pride dalla posizione di chi lavora 'in ecclesia', l’effetto può essere quello di allontanare proprio le persone con cui la Chiesa dice di voler dialogare. E di ferire, in particolare, chi è omosessuale e nel contempo cristiano credente e non dovrebbe sentirsi costretto a scegliere tra la propria fede e la propria dignità; ed è anche questo il punto sollevato da Arcigay nella sua risposta.
Il vescovo ha chiarito che uno stato personale non esprime la posizione della Diocesi; è una distinzione necessaria, ma non cancella l’effetto pubblico dell’immagine né la domanda posta da chi se ne è sentito colpito. Si può discutere del Pride e criticarlo, anche con fermezza; farlo attraverso una svastica, accompagnata da una frase ambigua, lascia invece agli altri il compito di indovinare il pensiero di chi l’ha pubblicata; su temi così sensibili, è un rischio enorme per sé, per le persone coinvolte e per l’istituzione a cui si è legati.




