Come nella scorsa, così anche per la XXIV domenica del Tempo Ordinario ci viene proposto un brano di Matteo, tratto dal capitolo 18, che ha come tema principale l’importanza di mantenere l’unità e l’armonia nelle relazioni. Come sottolineavo la settimana passata, un ruolo fondamentale lo rivestono l’ascolto e il dialogo. Il brano in questione pone l’accento sul perdono che Dio offre in sovrabbondanza, come rivelano le parole del Salmo 102: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia… Quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe”.
Il Signore è come il padrone della parabola: condona al servo una somma astronomica, diecimila talenti, circa 600.000 euro odierni. Noi invece siamo spilorci nel perdono: lo stesso servo, di fronte a un collega che gli doveva cento denari, circa 5.000 euro, non vuol sentir ragione e lo fa mettere in galera. Dio non ha limiti nel perdono, mentre per noi è un problema: tendiamo a porre confini ed eccezioni. Pietro chiede a Gesù: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù risponde: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”.
La domanda nasce dalla legislazione rabbinica del tempo, che poneva un limite massimo di tre volte per perdonare qualcuno. Pietro cerca di essere più generoso e propone sette volte, ma Gesù sconfina come fa l’amore divino, citando il canto di Lamec nel libro della Genesi (Gen 4,23‑24), dove si esalta la vendetta: “Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settanta volte sette”. Gesù ribalta la vendetta esagerata in amore sconfinato: perdonare settanta volte sette.
Entrare nella logica divina non è facile né spontaneo, però la misericordia di Dio si è riversata su tutti noi come un torrente in piena, che scorre ancora oggi senza sosta. Si tratta di attingervi per imparare anche noi a osare la via del perdono.
Una delle ragioni per cui fatichiamo a perdonare ce la rivela il Siracide: “Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro”. Il peccato è ciò che va contro la nostra felicità, che crea disarmonia in noi; uno dei più gravi è tenere dentro astio e risentimento, che pietrifica il cuore rendendolo insensibile e incapace di aprirsi alla misericordia di Dio e a quella verso chi ci ha feriti. Perdonare non significa dimenticare, ma il primo passo è non tenere dentro il rancore: guardarlo in faccia, dargli un nome, parlarne con qualcuno, confrontarsi senza cadere nel pettegolezzo o nella malignità, per disinnescare la bomba a orologeria che ci portiamo dentro.
Si tratta di metterlo anche davanti a Dio e, come suggerisce la prima lettura, “Ricordati della fine e smetti di odiare”: pesare i problemi alla luce della morte e dell’eternità.
L’angelo caduto (1847) di Alexandre Cabanel raffigura Lucifero precipitato dal cielo. L’angelo si copre il viso per chiudersi nel rancore; dagli occhi cerchiati di rosso sfugge una lacrima che rivela acredine. Il vero inferno non è sbagliare, ma chiudersi, dando spazio al risentimento che ci impedisce di affacciarci al perdono che Dio offre a tutti e che siamo chiamati a praticare tra noi.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






