Attualità - 03 settembre 2026, 22:02

'Lo Stato li addestrava e imponeva loro il silenzio. Perché oggi li dimentica?'

Troviamo - nel nostro Tiroir delle lettere alla redazione - e imparzialmente ma volentieri pubblichiamo l'intervento di Omar Vittone, presidente di Stay Behind Italia, scritto dopo la morte di Renzo Bearzi, vicepresidente dell'associazione. Una riflessione che, partendo dalla sua figura, pone il tema del riconoscimento degli uomini che fecero parte della struttura Stay Behind e chiama direttamente in causa lo Stato e la politica

Omar Vittone

Omar Vittone

La scomparsa improvvisa di Renzo Bearzi, vicepresidente dell'Associazione Stay Behind Italia, lascia un dolore profondo e riapre una questione che il nostro Paese non può continuare a ignorare: quella degli uomini che hanno servito lo Stato nel silenzio e che troppo spesso sono stati poi lasciati soli davanti all'oblio, al sospetto e all'offesa. Ricordare Renzo soltanto con le formule del cordoglio sarebbe insufficiente. Apparteneva a quella generazione di italiani che alla Patria non ha dedicato slogan o dichiarazioni solenni, ma una parte concreta della propria esistenza.

Era, nel significato più autentico della parola, un patriota. Per Renzo amare l'Italia significava servirla con disciplina, responsabilità e fedeltà. Significava credere nella Repubblica, nella Costituzione, nelle Istituzioni, nella libertà e nella democrazia. Il suo patriottismo non aveva bisogno di essere esibito, perché viveva nelle azioni e nel senso del dovere. Ed è proprio sulla parola "Patria" che oggi dobbiamo interrogarci.

Da Giorgia Meloni a Guido Crosetto, fino a quanti negli ultimi trent'anni hanno ricoperto le più alte responsabilità politiche e istituzionali proclamando il proprio amore per l'Italia, la domanda è semplice: che cosa significa davvero essere patrioti? Significa evocare la Patria nei comizi e nelle cerimonie oppure riconoscere la dignità e la memoria di coloro che l'hanno servita quando farlo significava sacrificio, disciplina, riservatezza e silenzio?

Gli appartenenti alla Stay Behind venivano preparati e formati nell'ambito dell'apparato militare dello Stato. Per il personale con precedenti militari, per un periodo le convocazioni ai corsi e alle esercitazioni avvennero attraverso cartoline di richiamo del Distretto militare di Udine; successivamente si ricorse a procedure coperte per salvaguardare la segretezza dell'organizzazione; ciascun appartenente sottoscriveva inoltre l'impegno a mantenere il più rigoroso segreto sull'organizzazione e sulle conoscenze acquisite.

Questo è il punto che l'Italia non può più eludere. Lo Stato chiedeva a quegli uomini di servire e di tacere; li addestrava nell'ambito delle proprie strutture, li preparava a operare per la difesa del territorio nazionale e imponeva loro di non rivelare ciò che conoscevano. Quel silenzio non era reticenza, era parte del loro dovere.

È difficile accettare che proprio quel silenzio, imposto per ragioni di sicurezza nazionale, abbia finito negli anni per contribuire all'oblio e al sospetto che hanno accompagnato molti di loro. Renzo conosceva bene questa amarezza. Eppure non smise mai di credere nell'Italia, nella Repubblica e nelle sue Istituzioni. La sua idea di Patria non dipendeva dal riconoscimento ricevuto, ma dal dovere.

La nostra critica non è rivolta alla Repubblica, nella quale Renzo credeva profondamente, né alle Istituzioni che ha sempre rispettato. È rivolta a quanti hanno pronunciato con facilità parole come Patria, Nazione, onore e fedeltà senza mostrare la stessa determinazione nel restituire dignità e memoria agli uomini che ritenevano di avere vissuto concretamente quelle parole.

La stessa storia giudiziaria merita di essere ricordata senza suggestioni; atti parlamentari hanno richiamato la sentenza numero 17 del 3 luglio 2001 della Corte d'Assise di Roma quale conclusione giudiziaria sulla liceità e legittimità della rete italiana Stay Behind. Ed è qui che la politica deve assumersi una responsabilità.

A Giorgia Meloni, a Guido Crosetto e a chiunque oggi rivendichi con orgoglio la parola Patria chiediamo innanzitutto onestà; chiediamo che lo Stato abbia il coraggio di confrontarsi con la propria memoria con serietà, rigore e rispetto. La stessa richiesta vale per tutti coloro che hanno governato l'Italia negli ultimi trent'anni. La memoria dello Stato non può cambiare con le maggioranze parlamentari e la dignità di un uomo non può dipendere dal colore politico di un Governo.

Chi ama davvero l'Italia dovrebbe essere il primo a pretendere la verità ma non una verità di destra o di sinistra: la verità dello Stato.

La morte ci ricorda che esiste un momento oltre il quale riconoscere, ringraziare o semplicemente ascoltare diventa impossibile. Per Renzo Bearzi quel momento è arrivato. Non chiediamo privilegi e non vogliamo riscrivere la storia. Chiediamo verità, memoria e il diritto di poterla finalmente raccontare senza pregiudizi.

Renzo non sarà dimenticato; il suo esempio continuerà a ricordarci che esistono uomini che parlano della Patria e uomini che, lontano dai riflettori, scelgono di servirla.

Renzo Bearzi apparteneva a questi ultimi.

Omar Vittone, Presidente dell'Associazione Stay Behind Italia

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