La scomparsa improvvisa di Renzo Bearzi, vicepresidente dell'Associazione Stay Behind Italia, lascia un dolore profondo e riapre una questione che il nostro Paese non può continuare a ignorare: quella degli uomini che hanno servito lo Stato nel silenzio e che troppo spesso sono stati poi lasciati soli davanti all'oblio, al sospetto e all'offesa. Ricordare Renzo soltanto con le formule del cordoglio sarebbe insufficiente. Apparteneva a quella generazione di italiani che alla Patria non ha dedicato slogan o dichiarazioni solenni, ma una parte concreta della propria esistenza.
Era, nel significato più autentico della parola, un patriota. Per Renzo amare l'Italia significava servirla con disciplina, responsabilità e fedeltà. Significava credere nella Repubblica, nella Costituzione, nelle Istituzioni, nella libertà e nella democrazia. Il suo patriottismo non aveva bisogno di essere esibito, perché viveva nelle azioni e nel senso del dovere. Ed è proprio sulla parola "Patria" che oggi dobbiamo interrogarci.
Da Giorgia Meloni a Guido Crosetto, fino a quanti negli ultimi trent'anni hanno ricoperto le più alte responsabilità politiche e istituzionali proclamando il proprio amore per l'Italia, la domanda è semplice: che cosa significa davvero essere patrioti? Significa evocare la Patria nei comizi e nelle cerimonie oppure riconoscere la dignità e la memoria di coloro che l'hanno servita quando farlo significava sacrificio, disciplina, riservatezza e silenzio?
Gli appartenenti alla Stay Behind venivano preparati e formati nell'ambito dell'apparato militare dello Stato. Per il personale con precedenti militari, per un periodo le convocazioni ai corsi e alle esercitazioni avvennero attraverso cartoline di richiamo del Distretto militare di Udine; successivamente si ricorse a procedure coperte per salvaguardare la segretezza dell'organizzazione; ciascun appartenente sottoscriveva inoltre l'impegno a mantenere il più rigoroso segreto sull'organizzazione e sulle conoscenze acquisite.
Questo è il punto che l'Italia non può più eludere. Lo Stato chiedeva a quegli uomini di servire e di tacere; li addestrava nell'ambito delle proprie strutture, li preparava a operare per la difesa del territorio nazionale e imponeva loro di non rivelare ciò che conoscevano. Quel silenzio non era reticenza, era parte del loro dovere.
È difficile accettare che proprio quel silenzio, imposto per ragioni di sicurezza nazionale, abbia finito negli anni per contribuire all'oblio e al sospetto che hanno accompagnato molti di loro. Renzo conosceva bene questa amarezza. Eppure non smise mai di credere nell'Italia, nella Repubblica e nelle sue Istituzioni. La sua idea di Patria non dipendeva dal riconoscimento ricevuto, ma dal dovere.
La nostra critica non è rivolta alla Repubblica, nella quale Renzo credeva profondamente, né alle Istituzioni che ha sempre rispettato. È rivolta a quanti hanno pronunciato con facilità parole come Patria, Nazione, onore e fedeltà senza mostrare la stessa determinazione nel restituire dignità e memoria agli uomini che ritenevano di avere vissuto concretamente quelle parole.
La stessa storia giudiziaria merita di essere ricordata senza suggestioni; atti parlamentari hanno richiamato la sentenza numero 17 del 3 luglio 2001 della Corte d'Assise di Roma quale conclusione giudiziaria sulla liceità e legittimità della rete italiana Stay Behind. Ed è qui che la politica deve assumersi una responsabilità.
A Giorgia Meloni, a Guido Crosetto e a chiunque oggi rivendichi con orgoglio la parola Patria chiediamo innanzitutto onestà; chiediamo che lo Stato abbia il coraggio di confrontarsi con la propria memoria con serietà, rigore e rispetto. La stessa richiesta vale per tutti coloro che hanno governato l'Italia negli ultimi trent'anni. La memoria dello Stato non può cambiare con le maggioranze parlamentari e la dignità di un uomo non può dipendere dal colore politico di un Governo.
Chi ama davvero l'Italia dovrebbe essere il primo a pretendere la verità ma non una verità di destra o di sinistra: la verità dello Stato.
La morte ci ricorda che esiste un momento oltre il quale riconoscere, ringraziare o semplicemente ascoltare diventa impossibile. Per Renzo Bearzi quel momento è arrivato. Non chiediamo privilegi e non vogliamo riscrivere la storia. Chiediamo verità, memoria e il diritto di poterla finalmente raccontare senza pregiudizi.
Renzo non sarà dimenticato; il suo esempio continuerà a ricordarci che esistono uomini che parlano della Patria e uomini che, lontano dai riflettori, scelgono di servirla.
Renzo Bearzi apparteneva a questi ultimi.





