La domanda su quale sia la nostra mano dominante, se la destra o la sinistra, sembra avere un peso enorme nella percezione comune, ma la scienza oggi suggerisce che la preferenza innata conta molto meno dell’esercizio quotidiano.
Una nuova ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences e condotta da neurologi della University of California Los Angeles e della Johns Hopkins University mette infatti in discussione l’idea che un emisfero cerebrale abbia un vantaggio intrinseco sull’altro, dimostrando che la superiorità di un arto è soprattutto il risultato dell’uso continuo. Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno chiesto a un gruppo di volontari destrimani di scrivere con i gomiti, un “effettore” che nessuno utilizza per compiti di precisione e che quindi non beneficia di alcun allenamento pregresso.
I risultati hanno mostrato che il gomito destro non era più abile del sinistro e che, dopo un periodo di pratica, entrambi miglioravano in modo simmetrico, superando persino la qualità della mano non dominante non allenata. Questo esperimento si inserisce in un dibattito più ampio sulla lateralizzazione motoria. Sebbene molte specie mostrino preferenze nell’uso di un lato del corpo, nell’essere umano la predominanza di una mano è particolarmente marcata e le cause non sono ancora del tutto chiare. Una possibile spiegazione riguarda la genetica: alcune varianti dei geni che regolano le proteine dei microtubuli, strutture fondamentali per l’architettura cellulare, sembrano influenzare la simmetria del midollo spinale durante lo sviluppo fetale, creando una lieve inclinazione verso un lato prima che il cervello stabilisca le connessioni con gli arti. Studi sui movimenti fetali indicano che già intorno alla decima settimana il braccio più attivo anticipa con buona precisione quale sarà la mano dominante. T
uttavia, la genetica non basta a spiegare perché i destrimani siano nove volte più numerosi dei mancini. Non esiste un gene unico della “mancinità”: sono coinvolte circa quaranta varianti, ciascuna con un effetto minimo. Due genitori mancini hanno solo il 25-30% di probabilità di avere un figlio mancino, e persino tra gemelli identici la concordanza non supera il 20-30%.
L’evoluzione offre un’altra chiave di lettura: secondo l’ipotesi del combattimento modificata, la predominanza dei destrimani sarebbe legata alla posizione del cuore, situato a sinistra. Impugnare un’arma con la destra permetterebbe di proteggere il lato più vulnerabile e colpire quello dell’avversario, favorendo la sopravvivenza delle varianti genetiche associate all’uso della mano destra. Il mancinismo, invece, potrebbe essersi mantenuto grazie a un vantaggio tattico nel combattimento ravvicinato, dove un attacco da sinistra coglie di sorpresa l’avversario. Nonostante queste ipotesi, lo studio di Ucla e Johns Hopkins ribadisce che la preferenza manuale non determina un’abilità intrinseca.
Secondo l’ipotesi della dominanza dinamica, un emisfero sarebbe specializzato nel controllo delle forze e delle masse durante il movimento, ma l’esperimento con i gomiti dimostra che senza allenamento il vantaggio scompare.
Come afferma Ahmet Arac, autore principale della ricerca, il braccio dominante non è più capace perché il cervello possiede un talento innato, ma perché abbiamo trascorso una vita ad affinare movimenti complessi richiesti dalla scrittura e dall’uso degli strumenti.
Eliminando l’esperienza, tutto torna simmetrico... con la pratica, il cervello impara a controllare traiettorie complesse con qualsiasi parte del corpo.




