Cultura - 31 luglio 2026, 06:45

Brogliaccio sull'Odissea di Nolan

The Odyssey, la ciclicità della storia, l’etica dell’intelligenza

Odisseo (Matt Damon) e Atena (Zendaya) (photo credit galleria foto Universal)

Odisseo (Matt Damon) e Atena (Zendaya) (photo credit galleria foto Universal)

Si potrebbe giocare, sulla base delle reminiscenze della IV Ginnasio, a evidenziare cosa nel kolossal hollywoodiano non corrisponde all’eterna voce di Omero. “Penelope non riconosce Ulisse per una spilla raffigurante Atena, ma la famosa agnizione avviene grazie al talamo che il re di Itaca ricavò da un tronco d’ulivo”. Gioco sterile, alla Homais di flaubertiana memoria.

Invece è interessante la spilla della Pallade (il cui albero sacro è l’ulivo). L’Odisseo di Nolan non è tanto l’eroe della conoscenza, l’eroe versatile, l’eroe dal multiforme ingegno. È più simile a un Michail Timofeevič Kalašnikov, l’inventore dell’omonimo fucile che per il rimorso del sangue fatto grondare dalla sua trovata disse che avrebbe preferito aver inventato un tagliaerba. È un Ulisse piagato dal rimorso dell’impasto di sangue e polvere di Ilio prodotto dalla sua trovata del cavallo. Sangue che vede tra i suoi affluenti anche quello della sacerdotessa di Atena e polvere che vede anche quella fumata dal marmo della statua della dea nata dalla testa di Giove.

Ulisse eroe del sapere, il cui inestinguibile amore per la moglie è incastonato in un gioiello raffigurante Minerva, provoca con la sua grande testa la decapitazione della dea della conoscenza. Sapere è potere fino a quando non divora se stesso; allora Bacon prende la b minuscola e si accompagna con le uova strapazzate.

Meravigliosi i campi larghi delle vulnerabili imbarcazioni in mezzo al ceruleo e sterminato regno di Poseidone, spiazzanti immagini della fragilità dell’essere umano nell’ondoso universo. Meraviglioso il piano sonoro nell’episodio delle sirene (rese con una sublime commistione tra pittura neoclassica e romantica): allo spettatore viene riservato quello dei compagni di Ulisse, ovattato dalla cera. Sentiamo di non sentire il mitico canto, l’impotenza della scimmia nuda di conoscere tutto, di spingersi oltre alle Colonne d’Ercole. Cose come queste non sono in potere della letteratura.

Nel film ci sono anche agnizioni filologiche, come quella di Euriclea che riconosce Ulisse dalla cicatrice causata da un cinghiale durante una battuta di caccia in gioventù.

Il mio collega filologo comparatista Auerbach individua l’origine del realismo letterario nella cicatrice di Odisseo e parte della critica intravede nel racconto dell’avventura del ritorno all’isola natia una sorta di primo romanzo, nonostante sia in versi. Nell’eterno ritorno della storia oggi vediamo consumarsi la battaglia tra il  cinema classico e il cinema AI sul mare e la sabbia del poema omerico. L’alba della letteratura occidentale e quella del cinema prodotto con l’intelligenza artificiale coincidono. Vedremo il risultato di Grok…

L’eterno ritorno della storia chiude anche il film di Nolan, con quel dolce gusto di commedia che i film campioni di incassi non possono stemperare con qualche erba amara (anche se un buon liquore, più vicino al fiele che al miele, si sarebbe sposato bene con l’effetto catartico, secondo me abbastanza riuscito, del flashback della polverizzazione di Troia). 

Odisseo, come quello dantesco, riparte, ma, in questa pellicola, non per la sete di conoscenza, ma per l’esilio, per l’espiazione, tessuti insieme con il desiderio della moglie di una fuga d’amore inseguendo il sole che fugge. Verso occidente. Quell’Occidente che oggi, sotto molti aspetti, sembra colorarsi sempre di più del grigiore del vespro per l’incapacità di gestire razionalmente e sapientemente la complessità dell’alba di un nuovo millennio. D’altro canto però, il tramonto è anche il momento poetico per eccellenza, l’ora incerta in cui le cose intorno a noi si vedono ancora, ma con i contorni meno nitidi e quindi tutto è capace di trasformarsi e di regalarci epifanie invisibili in altri orari della giornata.

Eterno ritorno: il cavallo di Troia continua ad ardere nello maggior corno de la fiamma antica. Sta all’essere umano, alla comunità scegliere se far bruciare un fuoco interiore, il fuoco che Prometeo rubò agli dei per noi, il fuoco dell’intelligenza, della conoscenza. Il fuoco dell’essere umano. O se far bruciare un fuoco che circonda l’essere umano come fiere in un circo, il fuoco della guerra.

Purtroppo sullo scacchiere internazionale contemporaneo il cavallo si muove troppo spesso a L nel secondo fuoco…                                 

Goan Marco Parrella

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