Editoriale - 08 luglio 2026, 07:20

Due 'Cogne', una sola fabbrica

Due 'Cogne', una sola fabbrica

La Cogne Acciai Speciali è attraversata da due realtà parallele, entrambe autentiche, entrambe documentabili, ma così diverse da dare l'impressione di appartenere a due aziende differenti, come se tra gli uffici della direzione e il piazzale davanti ai cancelli esistesse una distanza ben più ampia di quella che separa pochi metri di strada. Da una parte c'è la 'Cogne' raccontata durante le visite istituzionali, quella che accoglie ministri, parlamentari, presidenti di Regione e delegazioni ufficiali, accompagnati dall'amministratore delegato e dai rappresentanti della proprietà taiwanese, in un percorso che mette inevitabilmente in luce ciò che l'azienda rappresenta sul piano industriale: un'acciaieria capace di competere sui mercati internazionali, di investire nell'innovazione, nella sostenibilità e nella qualità delle proprie produzioni, tanto da essere indicata come un'eccellenza del sistema manifatturiero italiano e un patrimonio strategico per l'intera Valle d'Aosta.

Dall'altra parte, (e oggi scriviamo a poco più di un mese di distanza dalla visita in Cas del vicepremier Antonio Tajani, foto sotto), la scena cambia completamente e al posto delle autorità compaiono gli operai, riuniti davanti ai cancelli per uno picchetto forte e partecipato come da anni non se ne vedevano e che nasce dalla decisione dell'azienda di disdire unilateralmente il contratto integrativo, una scelta che molti lavoratori hanno vissuto non soltanto come una questione economica, ma come il segnale di un rapporto che si è incrinato dopo anni di equilibrio costruito tra impresa e maestranze, facendo emergere una preoccupazione che va ben oltre il rinnovo di un accordo e riguarda piuttosto il modo in cui ciascuno percepisce il proprio ruolo all'interno della fabbrica.

Le due immagini, osservate una accanto all'altra, sembrano quasi inconciliabili e tuttavia probabilmente raccontano due verità che convivono nello stesso luogo, perché nessuno può negare che la Cas continui a rappresentare una delle realtà industriali più importanti dell'arco alpino e, allo stesso tempo, nessuno può sottovalutare il disagio e i timori espressi da centinaia di lavoratori che hanno scelto di manifestare pubblicamente il proprio malessere.

È proprio questa apparente contraddizione che dovrebbe far riflettere, perché il rischio è quello di fermarsi alla superficie delle rispettive narrazioni, accettando senza approfondimento l'immagine di una fabbrica che guarda con fiducia al futuro oppure, al contrario, quella di un'azienda nella quale il rapporto con i dipendenti si starebbe deteriorando, quando invece entrambe le rappresentazioni possono essere vere nello stesso momento e meritano di essere comprese nella loro complessità.

C'è poi un ulteriore elemento che colpisce e che forse contribuisce ad alimentare questa distanza. Negli ultimi anni la 'Cogne' è stata visitata da numerosi rappresentanti delle istituzioni nazionali e regionali, tutti accolti dal management locale, come è naturale che accada in occasioni di questo tipo, ma la proprietà continua a rimanere sostanzialmente invisibile agli occhi della comunità valdostana, presenza lontana che esercita il proprio ruolo senza mai manifestarsi direttamente in un territorio che, al contrario, considera quella fabbrica parte integrante della propria storia.

Sarebbe ingiusto attribuire questo senso di lontananza alla nazionalità della proprietà, perché il problema non è che la Cas appartenga a una multinazionale taiwanese, bensì che tra chi prende le decisioni strategiche e il territorio sembri essersi creato uno spazio che nessuno riesce davvero a colmare. Per i cittadini di Aosta la Cogne non è mai stata soltanto uno stabilimento produttivo, ma un luogo che ha modellato la città, le sue famiglie, la sua identità sociale e perfino il suo paesaggio urbano, accompagnando oltre un secolo di storia valdostana e diventando, nel bene e nel male, una parte della memoria collettiva della regione.

Per una grande holding internazionale, invece, è inevitabile che quello stesso stabilimento rappresenti uno dei tanti siti produttivi distribuiti nel mondo, valutato attraverso parametri industriali, risultati economici, prospettive di mercato e strategie globali, secondo una logica perfettamente comprensibile dal punto di vista imprenditoriale ma che difficilmente può coincidere con il legame affettivo e identitario che la Valle d'Aosta continua ad avere nei confronti della sua acciaieria.  i Gela il sangue pensare che ai proprietari taiwanesi che non si vedono mai ad Aosta la storia ultrasecolare della 'Cogne' rappresenti solo un puntino sulla carta geografica.

È probabilmente in questa distanza, prima ancora che nelle divergenze sul contratto integrativo, che si annida il vero nodo del problema, perché quando una comunità smette di percepire la presenza della proprietà e quando la proprietà, a sua volta, comunica quasi esclusivamente attraverso il management locale, diventa inevitabile che ogni visita istituzionale finisca per raccontare una fabbrica e ogni manifestazione sindacale ne racconti un'altra. Eppure la Cogne è una sola, è la stessa fabbrica che investe in tecnologia e che, contemporaneamente, deve continuare a investire anche nel rapporto con le proprie maestranze; è la stessa fabbrica che può presentare risultati industriali importanti e, nello stesso tempo, ospitare lavoratori che chiedono maggiore ascolto e maggiore considerazione; è la stessa fabbrica che rappresenta un'eccellenza produttiva e che non può permettersi di perdere quel patrimonio di fiducia reciproca che per decenni ha costituito una delle sue principali ricchezze.

La politica, da parte sua, ha il dovere di ascoltare entrambe queste voci, evitando di fermarsi alle sole fotografie di rito o alle sole immagini dei presìdi sindacali, perché una fabbrica non vive soltanto degli investimenti annunciati nelle sale riunioni, ma anche della fiducia di chi, ogni giorno, quei forni li accende davvero e se le due narrazioni della stessa 'Cogne' continueranno a procedere parallele senza incontrarsi, il rischio sarà quello di smarrire non soltanto un dialogo ma una parte importante della storia industriale della Valle d'Aosta e soprattutto quel minimo di sicurezza occupazionale che consente di vivere a tante famiglie.

patrizio gabetti

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