Non mette in discussione l'impianto complessivo dell'inchiesta che coinvolge 33 indagati, né tantomeno rappresenta una bocciatura delle accuse formulate dalla Procura aostana, la recente sentenza della Corte di Cassazione che annulla con rinvio al Tribunale di Aosta i sequestri patrimoniali disposti dal gip a quattro indagati (Angelo Calcagno, Gioacchino Bongiovanni, Eligio Boscaro e la società Italfibre srl) nell'ambito dell'inchiesta su presunti riciclaggio e corruzione al Casino di Saint-Vincent. I quattro avevano presentato ricorso contro i sequestri preventivi disposti nell'ambito dell'indagine e la Cassazione rimanda tutto al tribunale affinché rivaluti alcuni aspetti investigativi motivando in maniera più approfondita le proprie decisioni.
Tra i passaggi più interessanti della pronuncia vi è quello relativo alla posizione di Augusto Chasseur Vaser, dipendente del Casinò de la Vallée, perché offre una riflessione di carattere generale su una questione giuridica tutt'altro che secondaria, ovvero su quando e perchè una persona può essere considerata un incaricato di pubblico servizio. La questione non è puramente teorica. Alcune delle contestazioni formulate dagli inquirenti nei confronti dei ricorrenti presuppongono infatti che Chasseur Vaser rivesta tale qualifica. Proprio per questo la Cassazione ha ritenuto necessario un approfondimento ulteriore da parte del Tribunale del Riesame.
Nel provvedimento impugnato i giudici aostani avevano valorizzato il fatto che il Casinò de la Vallée sia una società controllata quasi integralmente dalla Regione e che una quota dei proventi dell'attività confluisca nelle casse pubbliche regionali. Da questi elementi avevano tratto la conclusione che il dipendente potesse essere qualificato come incaricato di pubblico servizio.
Secondo la Suprema Corte, tuttavia, tale ricostruzione richiede una motivazione più articolata. La Cassazione ricorda infatti un principio consolidato della giurisprudenza, quello che per stabilire se una persona sia un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio non è sufficiente guardare alla natura pubblica dell'ente presso il quale lavora, occorre invece verificare concretamente quali attività svolga e quale sia il regime giuridico delle sue funzioni.
In altre parole, non basta che una società sia controllata da un ente pubblico o che gestisca risorse destinate, almeno in parte, alla finanza pubblica. Bisogna accertare se il singolo dipendente eserciti effettivamente compiti che possano essere qualificati come pubblici secondo i criteri stabiliti dagli articoli 357 e 358 del Codice penale.
La Cassazione osserva che il Tribunale aostano definisce Chasseur Vaser genericamente come "funzionario" della Casa da gioco, ma non spiega in modo adeguato quali siano le mansioni concretamente svolte e per quale ragione esse dovrebbero essere assimilate a un pubblico servizio.
Particolarmente significativo è il passaggio in cui la Suprema Corte prende le distanze dal richiamo operato dal Riesame a una precedente sentenza riguardante il Casinò di Sanremo. In quel caso era stata riconosciuta la qualifica di incaricato di pubblico servizio al cosiddetto "cartaio", figura che certifica la conformità degli strumenti di gioco e ne garantisce la regolarità. Secondo la Cassazione, però, il Tribunale avrebbe dovuto spiegare perché le mansioni attribuite a Chasseur Vaser fossero comparabili a quelle del cartaio e non limitarsi a richiamare quel precedente. I Supremi giudici sottolineano inoltre che il semplice maneggio di denaro, assegni e fiches non implica automaticamente lo svolgimento di attività certificative o di controllo e non presenta di per sé una connotazione pubblicistica. Allo stesso modo, non può essere considerato decisivo il fatto che il dipendente fosse tenuto al rispetto della normativa antiriciclaggio, obbligo che riguarda numerose categorie di operatori privati senza che ciò comporti automaticamente l'attribuzione della qualifica di incaricato di pubblico servizio.
La sentenza non afferma dunque che Chasseur Vaser non sia un incaricato di pubblico servizio; stabilisce però che il Tribunale dovrà spiegare meglio le ragioni di tale qualificazione, verificando concretamente le mansioni svolte e il loro inquadramento giuridico.
Si tratta di un chiarimento importante ma circoscritto alle posizioni dei quattro ricorrenti; la Cassazione, infatti, non entra nel merito dell'intera inchiesta e non esprime valutazioni sulla fondatezza complessiva delle accuse contestate ai 33 indagati. La decisione si limita a rilevare alcune carenze motivazionali nei provvedimenti di sequestro impugnati e richiama la necessità che alcuni passaggi giuridici, ritenuti centrali per le posizioni dei ricorrenti, siano motivati in modo più rigoroso e approfondito.




